Intervento in formato.ppt al Convegno organizzato dalla Direzione Generale per l’Istruzione Tecnica del Ministero Italiano della Pubblica Istruzione nell’ambito di Job&Orienta, Fiera di Verona, 27 novembre 1998 nel quale si spiega il concetto di transizione e si espongono alcuni criteri utilizzabili per misurare il fenomeno e conoscerlo meglio.

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Un colossale ritardo italiano

Documento di portata storica che fotografa sulla base dei dati esistenti nel 1994-1995 la situazione della transizione dalla scuola alla vita attiva in Italia, comparandola a quella di un scelta limitata di altri sistemi scolastici fatta per evidenziare meglio il quadro italiano.

La transizione dalla formazione al lavoro

(Articolo pubblicato nella rivista "Europa Vicina", Verona 1999

  

 

I sistemi scolastici, nonostante le loro dimensioni ormai mastodontiche che ne fanno delle organizzazioni complesse, difficili da governare e ardue da gestire, si trasformano in continuità. Talora i cambiamenti sono lenti e impercettibili, talora invece sono rapidi e subitanei. All’opposto di un’idea assai diffusa, questi sistemi non sono affatto immobili. La storia delle trasformazioni scolastiche è un capitolo zeppo di sorprese per chi è interessato a cogliere le cause remote dell’evoluzione e dei mutamenti del modo di organizzare la scuola e di istruire.

 

In queste note che riassumono alcune idee presentate nell’intervento preparato per il Convegno dedicato al tema “ Gli specialisti del futuro : giovani e adulti verso l’apprendimento nel corso della vita ” svoltosi nell’ambito della manifestazione Job&Orienta svoltasi a Verona il 27 novembre 1998 intendo soffermarmi su uno dei fenomeni a mio avviso maggiore che sta sconvolgendo i sistemi scolastici contemporanei, ossia l’apparizione di una fase di transizione dalla scuola alla vita attiva incuneatasi tra la fine della scuola dell’obbligo e l’inserimento in pianta stabile nel mondo del lavoro. Questa fase di transizione un tempo non esisteva affatto poiché il passaggio dalla scuola al lavoro era diretto ed immediato. Poi la transizione è diventata un problema per gli studenti delle filiere professionali ed infine ora è un fenomeno che riguarda tutti quanti, anche gli studenti dei licei di cultura generale. Il cambiamento è stato talmente repentino che non si riesce ancora ad afferrarne le dimensioni, a descriverlo ed a misurarne le conseguenze. L’offerta di istruzione cambia e tenta di adeguarsi ad una domanda molto diversificata, ma queste reazioni “ ad hoc ” non sono ormai più sufficienti per fornire una risposta adeguata non solo ai cambiamenti imposti dalle trasformazioni del mercato del lavoro ma soprattutto da comportamenti sociali del tutto nuovi, rigettati dalle strutture scolastiche esistenti.

 

La transizione è ormai un problema centrale delle politiche scolastiche. Coloro che abbandonano prematuramente la scuola e senza qualifiche incontrano ovunque gravi difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. Troppo spesso, l’istruzione e la formazione sono state esperienze traumatizzanti che hanno fattto passare qualsiasi gusto e voglia di imparare oppure sono state talmente slegati da qualsiasi attività professionale da apparire inutili, poco convincenti e per nulla attraenti. Inoltre, molti giovani non sanno come sfruttare la varietà di itinerari di formazione proposti. Molti altri non hanno nessuna possibilità di ricevere una formazione in un contesto professionale reale quando sono ancora studenti. L’orientamento scolastico e professionale lascia molto a desiderare. Infine, si sfruttano troppo poco le possibilità che offrirebbe la cooperazione tra partners sociali per migliorare le condizioni della transizione a livello nazionale come pure a quello regionale e locale. 

 

La transizione è definita come il periodo durante il quale i giovani passano da un’attività principale consistente nello studio a tempo pieno ad una attività principale consistente in un lavoro retribuito. Per l’OCSE, la transizione inizia quando meno del 75 per cento dei membri di una generazione frequenta una scuola a tempo pieno e termina quando più del 50 per cento di una generazione esercita un’attività professionale a tempo pieno. La transizione è quanto succede entro questi due termini. Si tratta di un sistema complesso di operazioni che implicano frequenti passaggi tra formazione, istruzione, occupazioni più o meno a tempo pieno ed attività di tempo libero di durata variabile. La transizione implica dunque articolazioni inedite tra formazione, tempo libero ed occupazione sia dal punto di vista individuale che istituzionale. Lo studio della transizione presuppone dunque la capictà di collegare diverse categorie di informazioni che erano fin qui trrattate in ambiti del tutto distinti tra loro. 

 

Il problema della transizione — nonché la necessità di prendere atto dell’esistenza di questa fase per poi tentare di ricostruirne la struttura e le regole che la governano — è sorto a seguito di quattro cambiamenti epocali che sconvolgono l’offerta scolastica alla fine di questo secolo :

 

i) il prolungamento della speranza di scolarizzazione. Nei paesi dell’OCSE, un bambino di 5 anni che ha cominciato ad andare a scuola nel 1995 rischia di passare all’incirca quindici anni nelle scuole. Un suo coetaneo di dieci anni prima, nel 1985, poteva sperare su una scolarizzazione di quattordici anni. La durata del periodo di scolarizzazione è in costante aumento. In certi paesi come il Belgio e l’Olanda è già di diciotto anni. Questi dati indicano che ci troviamo ormai in società che hanno deciso di tenere “ in vitro ” per quasi vent’anni le giovani generazioni. A questo riguardo si potrebbe qui parlare di una lunga incubazione scolastica. Una scelta del genere non è beninteso casuale ed è soprattutto densa di conseguenze di ogni genere. Il problema della transizione sorge per l’appunto in questo contesto. Nei paesi con sistemi scolastici ancora poco sviluppati la speranza di scolarizzazione è inferiore a dieci anni, sovente persino a otto anni. Questa era la sitauzione vigente in Europa nel periodo tra le due guerre, quando appunto non si parlava affatto di transizione.

 

ii) La durata della transizione dalla scuola alla vita attiva , cioè del passaggio dalla situazione in cui si è ancora studenti a tempo pieno e non si lavora a quella opposta in cui si è invece lavoratori a tempo pieno e non si è più studenti, era nel 1994 di 6 anni per la media dei paesi dell’OCSE. Dieci anni prima, nel 1984, questo passaggio era della stessa durata, ma i modi di attraversamento di questo guado sono invece cambiati. Per esempio, rispetto a dieci anni fa il passaggio inizia in media un anno più tardi, il che significa che finisce anche un anno più tardi, il che comprova in un certo senso la preferenza a ritardare l’uscita dall’alveo scolastico. Vale la pena rilevare che questi sei anni non cominciano allo scadere dell’obbligo scolastico, ma ben oltre, perché, come si vedrà nel punto seguente, la fine dell’obbligo scolastico non significa più liberazione dalla scuola. In tutti i paesi le giovani generazioni continuano a frequentare la scuola ben oltre la fine dell’obbligo scolastico, per cui si può tranquillamente affermare che ormai il concetto di scuola dell’obbligo è caduco poiché tutti – o quasi tutti – continuano ad andare a scuola anche dopo la scadenza della durata obbligatoria di scolarizzazione.

 

iii) Un terzo fattore critico, del resto correlato ai due precedenti, di modifica del paesaggio scolastico è la generalizzazione dell’istruzione secondaria superiore. Questo fenomeno è messo in evidenza dai tasi netti di scolarizzazione, ossia dalla proporzione di persone di una classe di età che frequenta una forma o l’altra di istruzione secondaria superiore per rapporto al totale della classe di età. Ormai, in moltissimi paesi, la percentuale dei diciassettenni, dei diciottenni e dei diciannovenni in formazione sfiora l’80 per cento ed in certi casi perfino il 90 per cento. In un certo senso si può dire che si è quasi realizzata l’istruzione secondaria superiore di massa. Se la tendenza si manterrà anche nei prossimi anni si può già sin d’ora prevedere che l’istruzione secondaria di massa sarà acquisita tra non molto. Vorrei fare notare che queste osservazioni non sono che mere constatazioni statistiche, che non implicano nessun giudizio di valore, nessun apprezzamento della qualità di questi cambiamenti né tanto meno un constatazione di trionfalismo sull’espansione ineluttabile della scolarizzazione.

iv) Infine, l’ultimo fattore che attira l’attenzione sugli sconvolgimenti all’opera nel campo scolastico è la diminuzione del numero di giovani dopo i 15 e i 19 anni che lavorano a tempo pieno. Tra il 1984 e il 1994 la loro proporzione è calata di quasi il 10 per cento ed era del 13 per cento nei paesi dell’OCSE per i quali si conoscono i dati. Questa proporzione era pari a quella dei giovani che non esercitavano nessuna attività lavorativa e che non frequentavano nessun tipo di scuola. L’elevato numero di giovani esclusi sia dalla scuola sia dal mondo del lavoro è un punto nero dei sistemi di transizione vigenti ed è rivelatore dei disfunzionamenti delle modalità di socializzazione, di protezione sociale e di inserimento nel mercato del lavoro delle giovani generazioni.

 

Se si analizzano più da vicino gli itinerari scolastici, le modalità di entrata e di uscita dalla fase di transizione, non si può non osservare che i percorsi che conducono dalla fine della scuola all’obbligo ad un primo inserimento stabile nel mondo del lavoro sono diventati più lunghi, tortuosi, frantumati, irregolari, inconstanti e in numerosi casi anche traumatici. Queste esperienze riguardano ormai tutti i giovani e non solo categorie determinate di studenti : i ragazzi vi sono coinvolti come le ragazze, anche se le discriminazioni di genere continuano a penalizzare più le donne che gli uomini, gli studenti dei licei come quelli delle scuole professionali e degli istituti tecnici, coloro che abitano nei centri urbani lo sono come quelli che vivono nelle zone periferiche o nelle campagne. Questo stato di cose rende visibile una sfasatura importante e crescente tra un’offerta formativa rigida, formale, burocratica ed una domanda di formazione differenziata, duttile ed eterogenea.

 

Da questi rapidi cenni si deve desumere che è ormai giunto il momento di sdrammatizzare la centralità della formazione iniziale nel dibattito politico sulla scuola. Il solo problema strutturale da risolvere a questo livello è quello di portare il diritto allo studio per tutti a 18 anni,mentre invece occorrerà affrontare con determinazione una questione pedagogica e didattica di ben altra complessità che è quella dell’inserimento e quindi della riconfigurazione della formazione iniziale in un sistema di istruzione articolato tutto lungo l’arco dell’esistenza. Sembra ormai ineludibile per ragioni che non hanno nulla a che fare con scelte di tipo ideologico la necessità di proporre a tutta la popolazione giovanile esperienze lavorative durante la fase di transizione, poiché si è ampiamente appurato che questa componente è un ingrediente per la riuscita della transizione tanto più indispensabile quanto più questa fase rischia di essere lunga e tortuosa.

Non è più procrastinabile per altro l’approntamento di interfacce efficienti tra sistema scolastico, sistema formativo e mercato del lavoro. Il sistema di transizione richiede di essere organizzato, pilotato e gestito in comune da tutti i partners sociali. E`pura illusione ritenere che meccansimi complessi come quelli che regolano la transizione si possano articolare tra loro in maniera spontanea. Se si vuole evitare che una percentuale elevata di giovani vivano in modo drammatico e angosciante l’entrata nel mondo del lavoro e soprattutto se si è consapevoli del fatto che lo spreco di competenze e di capacità è del tutto inaccettabile nelle società che a malapena riescono a rinnovare il cambio generazionale — a parte il fatto che ciò è del tutto inaccettabile per principio – diventa indispensabile riunire a livello di istituto scolastico, della provincia, della regione e dello stato tutte le isitituzioni e tutte le risorse che concorrono a determinare le configurazioni delle interazioni tra il mondo della formazione e quello dell’occupazione.

 

 

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