Version imprimable de cet article Version imprimable

Nell’agosto 2000, l’allora ministro della Pubblica Istruzione in Italia, Tullio De Mauro, annunciava con un certo trionfalismo che il rapporto scuola-periferia era stato sovvertito nella scuola italiana. Il ministro alludeva alla riforma dell’autonomia scolastica, realizzata dalla maggioranza politica di centro-sinistra, dopo anni di discussione, di pseudo-sperimentazioni, ma anche con una preparazione assai rapida . A distanza di sette anni - il lasso di tempo che intercorre tra questa dichiarazione e la pubblicazione di questo intervento in questo sito, tutti ormai sanno in Italia come la vicenda è andata a finire, come questo cambiamento radicale di rotta si è per il momento concluso, ossia senza nessun effetto. L’autonomia scolastica in Italia è rimasta sulla carta.

In questa relazione vecchia di sette anni si va controcorrente e si tira il campanello d’allarme: l’autonomia non è la panacea che risolve miracolosamente i mali della scuola italiana. Essa è invece una nuova forma di "governance" del sistema scolastico. La via italiana all’autonomia è il frutto di una strategia di regolazione del sistema scolastico che non sovvertiva affatto il rapporto centro-periferia.

Da questa relazione è nato il libro "Insegnanti al timone? Fatti e parole dell’autonomia scolastica" [1] che può’ essere considerato come il prolungamento della riflessione che qui è stata avviata sull’autonomia scolastica.

In questi ultimi anni, l’autonomia scolastica è stata incensata nelle analisi svolte dall’ OCSE (Organizzazione Internazionale di Cooperazione e Sviluppo Economici) sui risultati dell’indagine internazionale PISA. Secondo l’OCSE, l’autonomia scolastica permetterebbe di migliorare l’andamento della scuola, gli apprendimenti scolastici, nonché tutto un bagaglio di competenze. Insomma, nel regime dell’autonomia scolastica i risultati sono migliori.

Altre voci invece attirano l’attenzione sui limiti ed i difetti di questa operazione che ridistribuisce le competenze e le responsabilità all’interno dei sistemi scolastici. Per l’appunto " non è tutto oro quel che luccica". Numerosissime ricerche hanno messo in evidenza dopo d’allora i rischi che comporta l’autonomia scolastica mal regolata.

Questo testo più che altro è uno schizzo di lettura critica di un cambiamento politico rilevante, tuttora in corso, in Italia ed altrove. Di fronte ai discorsi inneggianti all’autonomia scolastica, mi pare degno di nota sottolineare l’evanescenza e l’imprecisione del progetto, l’inconsistenza delle prospettive e le illusioni che ne possono derivare.

Le tendenze di fondo rilevate nella relazione tenuta a Bologna il 5 ottobre 2000 erano le seguenti:

- La scomparsa dei sistemi scolastici centralizzati e quindi dei centri di potere chiaramente reperibili, con il conferimento di più estese competenze agli enti periferici ( i comuni o gli istituti scolastici). Anche in paesi in cui il sistema scolastico era molto centralizzato, come per esempio la Svezia o la Francia, si è instaurata un’organizzazione burocratica della scuola parzialmente o totalmente decentralizzata, ciò che ha reso possibile la comparsa di nuove politiche scolastiche, molto più attente ai contesti locali di quanto non lo erano le precedenti.

- L’importanza crescente dei livelli intermediari prossimi alle scuole: enti locali, regioni, province, provveditorati. Nei paesi dell’OCSE più del 60% delle decisione riguardanti la vita scolastica sono prese alla base del sistema, a livello di istituto ed ai livelli intermediari più vicini alle scuole. Questa osservazione però va ponderata tenendo conto dell’importanza delle decisioni. Se è vero che da un lato il livello centrale prende meno decisioni, dall’altro è però anche vero che le poche decisioni che prende sono determinanti per il funzionamento delle scuole.

- La scuole sono più autonome nell’ambito dell’organizzazione pedagogica, mentre invece il loro margine di manovra resta molto inquadrato o controllato in tutti gli altri campi ( finanziario, organizzativo, retributivo, ecc.).

- Più il ventaglio di competenze decisionali a livello scolastico è ampio, più la scuola ha competenze in ambiti diversi da quelli dell’organizzazione pedagogica.

- La ridistribuzione delle competenze all’interno del sistema scolastico non è un’operazione a somma zero, perché la diminuzione di competenze decisionali al livello centrale non è compensata da un aumento proporzionale di competenze decisionali al livello intermediario o al livello di scuola. L’attribuzione di maggiori competenze agli istituti scolastici è compensata, al livello centrale, da un’estensione di competenze in ambiti diversi oppure dall’adozione di procedure che obbligano le scuole a consultare altri livelli amministrativi prima di decidere.

- Il ruolo del preside o del capo d’istituto è stato potenziato ovunque. Centinaia di ricerche hanno infatti dimostrato che uno dei fattori determinanti del buon funzionamento e della buona fama di una scuola è la leadership dei presidi. Questa constatazione è stata dunque finalmente riconosciuta sul piano legale. Nel nuovo panorama scolastico restano però stranamente assenti i docenti, la fanteria scolastica si potrebbe dire, cui compete solo il compito di svolgere in modo diligente la funzione d’insegnante e di partecipare all’animazione scolastica nelle forme e nei tempi prestabiliti dai presidi o dalle istanze superiori.

Queste osservazioni non sono state smentite da quanto osservato dalla ricerca scientifica sulle nuove modalità di regolazione dei sistemi scolastici apparse nell’universo scolastico in questi ultimi anni.

[1] Casa Editrice Il Mulino, Bologna, 2002

Les documents de l'article

2000.scuolapolis.gif
2000_20BO_20scuolapolis.pdf