Relazione sviluppata al convegno residenziale dell’ADI tenutosi a Canale d’Agordo dal 12 al 14 settembre 2008

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I MOLTI VOLTI DELLA MERITOCRAZIA SCOLASTICA

La relazione è costruita attorno ad una serie di letture che partendo da vari punti di vista trattano il tema dell’uguaglianza scolastica nonché quello dell’articolazione tra uguaglianza sociale e uguaglianza d’istruzione. Il testo presenta ipotesi pessimiste sulla possibilità di conseguire una minore disuguaglianza sociale d’istruzione nonché sulla riduzione delle disuguaglianze sociali con l’espansione dell’istruzione. Occorre fare il lutto di questi obiettivi e militare per una politica scolastica diversa, meno ambiziosa in un certo senso, che si presenta come una delle componenti di una strategia politica tesa a sviluppare una società decorosa e decente, con minori ingiustizie sociali e maggiore equità.

A questo articolo è allegata un’intervista in francese pubblicata il 10 settembre 2008 dal quotidiano Le Monde fatta alla sociologa Marie Duru-Bellat , professoressa all’università di Borgogna (Digione) e all’istituto di scienze politiche di Parigi. Marie Duru-Bellat ha pubblicato nella 2006 un libro intitolato “L’inflazione scolastica: le disillusioni della meritocrazia” nel quale afferma che l’innalzamento continuo del livello scolastico non è necessariamente un bene per la società. Il libro ha suscitato molto scalpore in Francia e ha prodotto un grande turbamento negli ambienti della ricerca e della politica scolastica anche per via della fama dell’autore, nota come una ricercatrice di grande valore, rigorosa e per di più molto impegnata nella denuncia delle disuguaglianze scolastiche.

Riportiamo qui di seguito una traduzione in italiano di questa intervista mentre in allegato si può trovare il testo in francese pubblicato dal quotidiano "Le Monde". L’intervista è stata svolta da Catherine Rollot, giornalista al Monde.

Perché l’espansione scolastica e il prolungamento incessante della scolarità non sono necessariamente un bene per la società?

Questa questione si pone in modo molto differente a seconda dei paesi: nei paesi poveri, innalzare il livello scolastico, che è oggigiorno molto basso, è senza dubbio un bene; nei paesi ricchi come la Francia [1] , occorre chiedersi se innalzare ancora di più il livello d’istruzione dei giovani sia la migliore soluzione per offrire loro un’ entrata facile nella vita e per realizzare nel contempo i nostri obiettivi collettivi. L’istruzione è senz’altro "redditizia" dal punto di vista individuale (istruirsi per guadagnare di più, funziona), per cui senza dubbio l’istruzione è un investimento pubblico ma occorre valutare se un eccesso d’istruzione è "un di più" in termini d’occupazione, di crescita economica, di coesione sociale... Ciò non è affatto detto!

Lei afferma perfino che la corsa ai diplomi accentuerebbe le disuguaglianze. In che modo?

Per continuare gli sudi, occorre non soltanto avere risorse necessarie ma anche aver superato con successo le prime tappe della scolarità (imparare leggere, passare la scuola media, conseguire la maturità…), che sono le tappe più selettive socialmente. Orbene, quando si tratta di negoziare nella legge finanziaria la distribuzione delle risorse, quando la torta del bilancio pubblico da ripartire resta sempre la stessa, attribuire una fetta maggiore all’insegnamento universitario perché il numero degli studenti universitari cresce a dismisura, [2] significa necessariamente diminuire le risorse attribuite ai primi livelli scolastici durante i quali si formano e si accentuano le disuguaglianze sociali d’ istruzione che sono sempre molto difficili da correggere in seguito.

I diplomi dunque non servono niente?

Non si può parlare di diplomi in termini generali. Molti diplomi certificano l’ acquisizione di competenze precise. Da questo punto di vista sono allora utili per i datori di lavoro e possono costituire un fattore di crescita e innovazione per il paese. Altri invece sono più generali; la loro vocazione è più culturale e il loro "rendimento" economico (sia per i giovani che per il paese) è meno evidente. Nessuno contesta il valore della cultura in un paese come nostro [3] Ma come fare per preservarla e nel contempo evitare di illudere i giovani che sperano di trovare un posto solo grazie alla cultura?

Quale soluzione propone?

E` imperativo valutare meglio cosa certificano i diplomi. Chi è capace oggigiorno, in un periodo di pieno sviluppo dell’insegnamento universitario, di dire che cosa sanno o cosa sanno fare gli studenti di numerose facoltà? Non esistono punti fissi di riferimento che consentano tra l’altro comparazioni tra facoltà. Non si hanno neppure informazioni precise sulle modalità di transizione dalla scuola alla vita attiva per un gran numero di studenti: i dati in nostro possesso [4] dimostrano che pochi studenti esercitano un’occupazione connessa alla formazione seguita. In Francia, per esempio, questo è il caso di solo il 38% per gli studenti diplomati nelle scienze umane e sociali. A cosa "servono" allora i loro diplomi? Se sono semplicemente criteri di classificazione e di selezione, ci si può chiedere se vale la pena spendere tanti soldi e tante energie per un obiettivo del genere?

La denuncia degli effetti perversi del prolungamento degli studi è ancora un tabù. Perché?

Perché è facile "farne sempre di più" , giustificare la crescita e l’espansione, investimenti maggiori. Per altro, la competizione internazionale incita a andare questa direzione. Ma la società di domani non avrà probabilmente bisogno di un gran numero di diplomati universitari che hanno conseguito una laurea di secondo livello o un dottorato di ricerca dopo otto anni di studi universitari. Piuttosto ci sarà bisogno, a seguito dell’estensione del settore dei servizi, di un gran numero di persone con qualità umane... In questo caso, la questione da porre sul tappeto sarebbe piuttosto quella della qualità che si auspica sviluppare presso i giovani e non quella della lunghezza o della durata della loro formazione.

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[1] L’osservazione vale anche per l’Italia, ndr

[2] Nei Paesi dell’OCSE è aumentato del 20 % in dieci anni, tra il 1995 e il 2005. Si veda "Uno sguardo sull’educazione 2008. Gli indicatori internazionali dell’OCSE"

[3] Qui si allude alla Francia ed in particolare alla cultura trasmessa dalla scuola ma l’osservazione vale ovunque.

[4] Questa affermazione vale sia per la Francia che per l’Italia

Les documents de l'article

Requiem_uguaglianza.ppt
INTERVIEW_Duru-Bellat.pdf