I sistemi scolastici pubblici stanno morendo dopo 500 anni di sviluppo e le politiche scolastiche analizzano questa tendenza. L’istruzione non è soltanto quanto succede nelle classi e nelle scuole.

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Intervista di Linda Giannina per Education 2.0 sullo stato dei sistemi scolastici, sulla loro evoluzione e sull’articolazione tra ricerca scientifica da un lato e politica della scuola dall’altro, pubblicata il 17.11.2010

D. Si ha sempre nel cuore un docente che ha rappresentato molto nella nostra vita. Qual è l’insegnante che senti di voler ricordare? E perché?
R. L’insegnante di storia dell’arte e di francese dell’istituto magistrale. Era una persona colta, coraggiosa perché non succube dei programmi. Insegnava a imparare: come si guarda. Ho appreso da lui che quel che conta non è tanto sapere dare risposte quanto piuttosto porre domande, le domande giuste.

D. Di cosa si occupa un politologo della scuola?
R. Un politologo della scuola si occupa delle politiche scolastiche. L’educazione, ma preferirei dire l’istruzione, non è più soltanto quanto accade nelle aule o nelle scuole, ma sempre di più quanto fanno i dirigenti scolastici, gli amministratori della scuola, i responsabili del sistema scolastico. Contano i regolamenti, le circolari, le leggi, i decreti promulgati dai governi per migliorare i livelli di istruzione degli studenti, per favorire lo sviluppo sociale, la crescita economica nonché la gestione e l’organizzazione che determinano le condizioni di vita nelle scuole. Le politiche scolastiche hanno acquisito un ruolo cruciale crescente nel funzionamento dei sistemi scolastici. I politologi dell’educazione prestano attenzione alle procedure e alle modalità applicati per adottare leggi e regolamenti nonché alle conseguenze che questo insieme giuridico-burocratico-amministrativo ha sull’insegnamento e sugli apprendimenti.

D. Si può affermare che i sistemi scolastici mondiali siano entrati in crisi?
R. Indubbiamente. Tutti i sistemi scolastici sono in crisi. Alcuni da un paio di decenni, altri da qualche anno. La novità è rappresentata dal fatto che oggi si dispone di informazioni che permettono di comparare, prove alla mano, le prestazioni di questi sistemi e di seguire l’evoluzione dei cambiamenti, i risultati delle riforme e quindi l’andamento della crisi scolastica.

D. Quali sono le motivazioni che hanno prodotto questa crisi?
R. Molteplici fattori concorrono a mettere in crisi i sistemi scolastici. Ce ne sono di quelli contingentali, come per esempio le ripercussioni della crisi economica sul finanziamento dell’istruzione oppure la crisi del “welfare state”, e ce ne sono di strutturali come per esempio il ribaltamento della tecnologie d’accesso all’informazione da un lato e di governo della popolazione dall’altro (le tecnologie del potere per Foucault). Da questo punto di vista si può affermare che i sistemi scolastici sono entrati in agonia. Concepiti grosso modo cinque secoli fa sono ora in una parabola discendente.

D. Si tratta di una crisi irreversibile?
R. La crisi è senz’altro irreversibile. I sistemi scolastici come li conosciamo sono destinati a scomparire, entro quali scadenze è difficile prevederlo, e saranno sostituiti da qualcosa di diverso che occorre inventare, anticipare, prevedere. In effetti, la scuola non scomparirà. Sono i sistemi scolastici, i servizi pubblici d’istruzione che affogano mentre si inabissano. Il ruolo della politica scolastica non è tanto quello di gestire l’emergenza, di mettere a mare le scialuppe di salvataggio, quanto quello di prevedere nuove modalità di istruzione, una nuova funzione per la scuola, ossia elaborare una visione globale di società entro la quale collocare un servizio pubblico d’istruzione.

D. Alcuni operatori del settore pensano che il fallimento delle riforme scolastiche succedutesi negli ultimi anni in Europa sia dovuto a un approccio troppo astratto e normativo, che non ha preso nella dovuta considerazione il contesto effettivo nel quale queste riforme si sarebbero dovute calare. Qual è il tuo parere in proposito?
R. Non tutte le riforme scolastiche sono fallite ed è questo un dato di per sé significativo. La prima cosa da fare consiste nel distinguere le riforme fallite da quelle riuscite. L’analisi delle riforme fallite è un impegno scientifico considerevole che richiede strumenti analitici appositi e metodologie d’indagine di nuovo tipo. Per esempio collegherei l’indagine PISA in questo ambito. Non c’è una sola risposta che conglobi in maniera sintetica le ragioni del fallimento di molte riforme e quindi anche il susseguirsi di riforme sterili inventate per correggere gli errori del passato con conseguenze defatiganti per gli insegnanti. In ogni modo si può affermare che l’impotenza di molte riforme è imputabile a colossali errori concettuali, di organizzazione e di gestione.

D. Sulla scorta delle esperienze vissute da altre nazioni, quali sono stati i punti di forza e di debolezza delle riforme scolastiche imperniate sull’autonomia degli istituti di istruzione?
R. Le ultime indagini critiche rigorosamente condotte sull’autonomia degli istituti d’istruzione hanno messo in evidenza due criteri, ovverosia due aspetti cruciali che rendono credibile e possibile l’autonomia: da un lato, la totale responsabilità degli istituti per quel che riguarda il reclutamento e la gestione di tutto il personale della scuola; dall’altro, una completa autonomia degli istituti nell’organizzazione della gestione del tempo scuola, ossia dell’organizzazione delle lezioni, dell’impostazione della giornata di scuola, delle modalità con le quali la giornata scolastica è strutturata.

D. Come immagini la scuola del domani?
R. Immagino la scuola del domani come un centro del sapere e un centro sociale, una specie di sportello al quale si può accedere liberamente, quando si vuole, come si vuole, dove si trovano specialisti di vario genere in grado di consigliare, seguire, sostenere tutte le persone che desiderano apprendere, acquisire competenze, evolvere professionalmente e umanamente.

 

Commenti su Education 2.0:

 

Ma di quale scuola stiamo parlando di nelly, pubblicato il 23/11/2010

Ma di quale scuola parla il sig. Bottani? mi preoccupa ll modello da lui ipotizzato di uno sportello tipo "supermercato della conoscenza" a cui si può accedere liberamente, quando e come si vuole. Ma ha presente gli adolescenti privi di ogni riferimento culturale escluso il "Grande Fratello"? La scuola è prima di tutto una comunità educativa che allena alla convivenza civile ove le persone imparano prima di tutto il rispetto reciproco e le regole del vivere civile e responsabile. L’istruzione è un diritto fondamentale dell’individuo, ma al contempo un obbligo verso la comunità di appartenenza al cui progresso materiale e spirituale si deve collaborare. Io ho in mente la scuola della Costituzione, il sig. Bottani una città mercato.

Perchè quel titolo di bru.ro, pubblicato il 18/11/2010

L’intervista di Linda Giannini, come al solito, è di estremo interesse... e le polititiche scolastiche affrontano quei problemi senza venire a capo della crisi della scuola; "secondo Bottani" ci sono alcune indicazioni interessanti che la rivista d’altra parte sta tentando di far emergere. Ad esempio: sulla gestione del "tempo scuola" Luigi Berlinguer ha detto cose importanti al Convegno di Firenze di Education. E poi della sua bella definizione della scuola come "nostra casa", per tutte le età.....non è assonante con le parole di Bottani sulla "scuola del domani "? Perchè si lasciano cadere nel vuoto quei richiami?