Messaggio all’intenzione dei docenti di scuola primaria e dell’insegnamento secondario pubblicato dalla rivista "Educazione 2.0" il primo settembre 2014

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Messaggio inaugurale per l’anno scolastico 2014-2013

Linda Giannini mi ha chiesto di redigere un augurio per la rivista telematica "Educazione 2.0" una sera di fine agosto mentre in casa vagavano due nipotini che avrebbero dovuto iniziare l’anno scolastico la settimana dopo : il maggiore , l’ultimo anno di scuola media e la piccolina il primo anno della scuola primaria. Due mondi diversi. La bambina entusiasta ( anche se poi presentandosi a scuola il 2 settembre la mamma ci ha rivelato che ansie e timori non mancavano), il pre-adolescente del tutto indifferente e scettico, critico, in attesa delle novità riguardanti professori , compagni e l’orario. Immerso in questa atmosfera particolare ho redatto il saluto che segue. Per prima cosa mi sono chiesto a chi avrei dovuto rivolgermi : agli alunni, ai genitori , ai dirigenti, agli insegnanti o al ministro ? Spontaneamente il risultato finale è un biglietto rivolto agli insegnanti e indirettamente ai dirigenti. Forse questo è il mio ultimissimo scritto sulla scuola in occasione di una data che ha marcato sempre ogni anno della mia esistenza. Non poteva essere diversamente in una famiglia di insegnanti. Nel frattempo ho maturato molta sfiducia nel servizio scolastico pubblico. Ne ho visto di tutti i colori e mi rincresce anche di non avere creato la mia scuola ma non avevo la stoffa per questo mestiere e quindi è un bene che non l’abbia fatto. Detto questo auguro coraggio a chi ancora ha voglia e piacere di mettersi in mostra davanti ad una classe di bambini o di studenti, di prepararsi a svolgere le lezioni , di apprendere a osservali e di sopportare di essere scrutato secondo per secondo. Non ce la farei proprio.

Non vivo in Italia, ignoro molti misteri della scuola italiana, seguo più o meno da vicino due nipotini che frequentano la scuola statale in Francia, uno in quarta media e una che inizia quest’anno ad andare a scuola, in prima elementare.

Francamente non so cosa dire tranne che divertitevi e siate trasgressivi.

Provengo da una famiglia d’insegnanti. Il nonno lo era, il papà pure e vari fratelli e sorelle, ora tutti in pensione. Conosco il mondo della scuola obbligatoria come le mie tasche. Sono cresciuto in una scuola.

Il mio migliore ricordo ? Mio padre che nelle ultime settimane di agosto, in un casolare di montagna, su un tavolo di granito, preparava l’anno scolastico. Ero affascinato dai libri che consultava, dalle pagine che scriveva, dai disegni che sbozzava. In quegli anni lui insegnava in una quinta elementare. Era ligio al dovere, svolgeva il programma coscienziosamente, lavorava come un matto per la scuola e nella scuola. Ho conosciuto moltissimi insegnanti come lui, persone colte, diligenti, dedite agli studenti, che suscitavano la mia ammirazione. Spesso mi sono chiesto com’era possibile questo impegno con stipendi da fame. Ho però, anche, conosciuto insegnanti imbelli e incompetenti. 

E adesso cosa faccio alla vigilia di un anno scolastico con i miei nipotini ? Gioco e parlo in modo volgare, senza rispetto per i codici linguistici usati nelle scuole. Si apprende moltissimo fuori dalle aule, giocando, e tento, con scarso successo, d’inculcare alcune regole del lavoro scolastico come per esempio tracciare righe diritte da sinistra a destra oppure righe verticali diritte dall’alto in basso. Spiego anche loro che il successo scolastico non è tutto, che la competizione nella vita è ben altra cosa, che tante cose insegnate a scuola sono inutili, ma ciò lo sanno benissimo.

Per questa ragione concludo con un incitamento a essere trasgressivi e alla disubbidienza, una virtù fondamentale. Non è comodo avere in classe studenti brillanti, minimalisti e disubbidienti. Se danno troppo fastidio si riflette sugli errori.

C’è molto da imparare sulle radici degli errori. Esigere il giusto dopo che si è scrupolosamente preparato e spiegato forse non è il modo migliore per educare, per essere rispettati.

Dopo una decina di anni ho smesso di fare l’insegnante perché ho capito che non ero all’altezza, che non ero preparato. Quindi, coraggio a tutti per capire se stessi, per coltivare qualche dubbio, non solo metodico e per resistere di fronte alle classi, ai colleghi e ai dirigenti. 

Cari auguri, Norberto