Recensione del volume " The Dynamics and Social Outcomes of Education systems" pubblicata nella rivista italiana "Scuola democratica"

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Gli esiti sociali dei sistemi scolastici

Il tema della coesione sociale è al centro dei contributi raccolti in questo volume curato da alcuni specialisti di chiara fama francesi e inglesi. Gli autori difendono posizioni eterodosse elaborate nel corso delle loro indagini.

Recensione del volume:

 The Dynamics and Social Outcomes of Education Systems.

Edited by Jan Germen Janmaat, Marie Duru-Bellat, Andy Green and Philippe Méhaut. Palgrave/Macmillan London, 2013

La recensione è stata pubblicata nella rivista "Scuola Democratica", Casa editrice il Mulino, numero 2/2015,471-474.La versione qui riprodotta è leggermente diversa da quella pubblicata.

 

 

I servizi scolastici statali sorti nell’Ottocento e in genere i sistemi scolastici con una lunga vita, i programmi scolastici ossia il canone del sapere scolastico, sono in crisi;. Questa non è una novità.

In un bel articolo di Gianluca Zappa pubblicato dal Sussidiario del 17 febbraio 2015 , intitolato: Il « Segreto della riforma scolastica sta in un rotolo di carta igienica » si constata che non è cambiato nulla da quando molti anni fa noi andavamo a scuola. Scrive Zappa a proposito del sistema scolastico italiano: « Intanto le graduatorie dei precari si sono ingrossate, il turn-over è diventato endemico, starei quasi per dire « istituzionalizzato », nessuno valuta la capacità, la professionalità di un docente, così che chi lavora e chi non lavora, chi fa del bene ai ragazzi e chi fa loro del male sono sullo stesso piano ».

 

Nel volume pubblicato da Palgrave e Macmillan nella collana « Education, Economy and Society » ci sono saggi di diversi autori brillanti e assai noti nel campo dell’educazione comparata, delle politiche scolastiche, dell’evoluzione dei sistemi scolastici, della sociologia dell’educazione e delle scienze politiche che analizzano l’evoluzione degli apparati scolastici, le modalità della loro gestione , i loro prodotti, come se ne misurano i risultati. I ricercatori osservano quanto succede ai sistemi scolastici e propongono vie di uscite dalla crisi. In questa raccolta di saggi gli autori sono inglesi e francesi. L’insieme dei saggi pubblicati in questo volume infatti si presenta come una vetrina dei lavori di alcuni laboratori di ricerca inglesi e francesi. Il libro è dunque uno spaccato particolare che documenta le indagini svolte da due scuole di pensiero che in parte si incontrano e che magari collaborano anche tra loro, ma questo non si sa. Si commetterebbe un errore se si ritenesse che il volume offra una sintesi dei vari punti di vista sulla coesione sociale e sul ruolo che le scuole possono svolgere o potrebbero svolgere per consolidare la coesione sociale e frenare la frantumazione della società.

Assenza di specialisti italiani

 

Non ci sono Italiani tra gli autori, nemmeno tra i secondi o i terzi firmatari dei saggi ed è quindi inutile attendersi che ci siano presentazioni di ricerche scientifiche sulla coesione sociale in corso in Italia, che riflettano le peripezie della politica scolastica italiana, il contributo alla socializzazione della scuola italiana, ossia di quel servizio in cui , a detta degli studenti dell’ultimo anno di liceo di Gianluca Zappa ci sono studenti che possono guardarsi indietro per valutare la loro esperienza scolastica perché hanno alle spalle ben quattordici anni di scolarizzazione. Per loro,  il principale problema fu la mancanza di carta igienica e non la coesione sociale, dato per scontato che la maggioranza di questi studenti non si pongono nemmeno il problema perché dovrebbero provenire tutti dallo stesso ceto sociale, informazione che Zappa non fornisce. In questo volume non si parla di carta igienica. Si vola molto più in alto. Si tratta di un volume per esperti che offe riflessioni assai interessanti ma che è molto distante dall’esperienza scolastica giornaliera degli studenti, degli insegnanti e delle famiglie che mandano i figli a scuola.

 Il merito

Uno dei temi rilevanti del volume è quello del merito, concetto che fa molto discutere in Italia senza però riferimenti a indagini rigorose come invece è il caso in Francia. Infatti le principali elaborazioni sul merito sono di provenienza francese e sono il frutto soprattutto di sociologi dell’educazione tanto per utilizzare una classificazione-tipo assai nota che però non dice gran che tranne a coloro che sono immersi nel mondo accademico.

Cosa è il merito? Va premiato o meno? I meritevoli concorrono alla coesione sociale? Esiste una relazione tra coesione sociale e promozione degli studenti meritevoli? In Italia si parla di merito soprattutto rispetto agli insegnanti e ci si chiede come riconoscere questo merito e come premiarlo. Va da sé, tutti su questo punto concordano: ci sono insegnanti meritevoli e altri che non lo sono, ma come distinguerli, quali criteri adottare per riconoscere i meritevoli? Gli insegnanti meritevoli sono anche quelli che si danno da fare per potenziare la coesione sociale, per favorire la socializzazione dei loro studenti, per promuovere l’integrazione sociale e l’inclusione di studenti di origini diverse , di ceti diversi, nelle classi?

Si discute assai poco in Italia del merito degli studenti. Di per sé tutti sarebbero meritevoli per il semplice fatto di andare a scuola, di accettare il martirio della scolarizzazione ( che non è poi tanto generalizzato) e di arrabattarsi per giungere alla fine della formazione e conseguire il diploma. Il merito risiede dunque nel compiere questo percorso, nella furbizia o meno per trarsi d’impiccio e arrivare alla fine.

I Francesi sono meno semplicisti, non si accontentano di questa soglia minima. Non tutti gli studenti che giungono alla fine della formazione e che conseguono il diploma finale meritano di essere premiati. Ce ne sono di quelli meritevoli ed altri che non lo sono. Il merito , nel sistema scolastico francese, è connesso alla selezione, alla segregazione scolastica, all’ottenimento dei diplomi scolastici e quindi anche alla coesione sociale. Qui sta il nocciolo del problema e l’autore che fa scuola è indubbiamente Pierre Bourdieu, il maestro della sociologia contemporanea in Francia. Se si premiano i meritevoli con l’accesso a luoghi di formazione eccellenti grazie a una selezione spietata e spesso ingiusta, si constata che i meritevoli hanno quasi tutti lo stesso profilo, provengono dalla stessa classe sociale, sono una pattuglia di privilegiati. La meritocrazia è ingiusta ma è accecante. Tutti o quasi tutti la rivendicano come se fosse un toccasana. I bravi studenti, e qui possiamo anche aggiungere i bravi insegnanti, sono coloro che permettono alla società di stare unita, di non disfarsi nonostante le ingiustizie. Per questa ragione ci vogliono bravi studenti e insegnanti, persone motivate, che meritano un riconoscimento. Forse anche per le stesse ragioni il potere politico è incline a premiare coloro che lo servono a puntino.

 

La meritocrazia potrebbe essere un bel caso di effetto sociale della scolarizzazione, ma non se ne parla molto in questo libro nonostante la presenza tra i compilatori di Marie Duru-Bellat dell’Istituto di scienze politiche di Parigi che ha dedicato svariati lavori a questo tema e che ha denunciato con prove alla mano provenienti da diversi sistemi scolastici gli effetti perversi della meritocrazia scolastica, non dal punto di vista degli insegnanti ma da quello degli studenti. Duru-Bellat è passata invisa a molti colleghi che non hanno affatto apprezzato le sue analisi feroci di questa dimensione della socializzazione.

 

In questo volume, alla meritocrazia si accenna solo di straforo. Nessun saggio è dedicato a questo tema anche se una parte intera, la seconda parte, è imperniata sugli esiti sociali dell’istruzione scolastica (« The Social Outcomes of Education Systems »).

 

Gli esiti sociali della scolarizzazione

Si parla molto di esiti sociali della scolarizzazione. Gli operatori scolastici in genere ritengono che questa dimensione rappresenti uno dei principali prodotti della scolarizzazione, che poco ha a che fare con l’istruzione vera e propria: qui si sconfina nel campo dell’educazione che di per sé sarebbe incommensurabile. Il mistero sugli esiti è totale però si sbandierano come se fossero il toccasana della scuola. L’integrazione, la tolleranza, l’inclusione, la razionalità, la giustizia, la cittadinanza: ecco alcuni risultati grandiosi che gli operatori espongono come effetti fondamentali della scolarizzazione e dell’educazione scolastica, poco importa se numerosissimi prove indicano il fallimento da questo punto di vista della scolarizzazione. Perché dopo otto, nove anni di scuola o magari anche più, quindici o sedici, la socializzazione lascia a desiderare, i comportamenti sociali sono intrisi di violenza, di presunzione, di volgarità?

 Il saggio di Dubet

La seconda parte del volume è introdotta da un saggio di François Dubet, sociologo dell’istruzione di primo piano in Francia , che si dilunga sulla coesione sociale.

Come ben noto la misura degli effetti sociali della scolarizzazione è un rompicapo notevole. Solo le indagini longitudinali permettono di cogliere questa dimensione e di indagini longitudinali ce ne sono poche in Europa perché occorre essere attrezzati per farlo, si devono disporre di notevoli risorse umane e finanziarie ed è indispensabile padroneggiare metodologie statistiche complesse. Per l’appunto gli Inglesi ed i Francesi posseggono queste tecniche e gestiscono indagini statistiche longitudinali di grande qualità e di notevole importanza.

Cosa dice Dubet?

La coesione sociale è un sintagma che è diventato un mantra non solo nella pedagogia progressista contemporanea ma anche in tutte le politiche sociali. Infatti, anche le grandi organizzazioni internazionali come l’OCSE o la Banca Mondiale se ne fanno i portavoce e indicano nella coesione sociale uno degli strumenti per promuovere lo sviluppo delle società, il benessere collettivo ed individuale nonché una via per permettere agli individui , ai singoli membri della società di realizzare se stessi. Infatti la coesione sociale si ottiene solo se i membri della società non sono frustrati nelle loro ambizioni, se possono realizzare compiutamente se stessi. Questo risultato si traduce poi in un beneficio per tutta la società. Questo è uno dei pilastri del modernismo che è stato in modo eccellente segnalato e promosso dai padri fondatori degli Stati Uniti. Si risale dunque come minimo all’illuminismo.

 

Il testo di Dubet è suddiviso in tre parti. Nella prima parte Dubet espone tre differenti risposte date alla domanda iniziale: come le società si costituiscono? La prima risposta si rifà al concetto di comunità. Le società sorgono quando le comunità (Gesellschaft) entrano in azione; la seconda è la solidarietà e presuppone che si ammetta la frantumazione interna di qualsiasi società. Le società sono divise; infine la terza è la coesione sociale considerata come un insieme di meccanismi che generano una società. A differenza di Durkheim e Bourdieu, la società non è più determinata da fattori sociali e culturali ma da meccanismi di coerenza e coordinamento dei comportamenti sociali.

 

 Le teorie contemporanee della socializzazione pongono l’accento sull’individualismo. « La coesione necessariamente implica che le società siano individualiste » (pag. 144). L’individualismo contemporaneo non risiede solo nella capacità e nella possibilità di espressione in senso lato e quindi non concerne solo la sfera privata. Dubet tratteggia cosa significa rappresentare le società contemporanee come società individualistiche. Proprio qui si innesta il tema della coesione sociale con tutte le sue implicazioni politiche, economiche, educative. Si parla e si discute di coesione sociale perché si è entrati in un sistema individualistico che premia l’individualità. Si potrebbe aggiungere anche l’originalità, la creatività.

Un altro spunto di riflessione proposto da Dubet è lo slittamento dalla governabilità alla gestione. Questa questione è connessa all’apparizione di una nuova forma di democrazia, caratterizzata da un insieme di procedure e prassi sviluppatesi per proteggere l’individualità. Una delle conseguenze di questa tendenza si manifesta nella trasformazione delle politiche pubbliche che diventano vieppiù locali, efemeriche e collettive. Non è più il centro che detta ed impone il programma politico ma è la base con una serie di iniziative politiche e amministrative che si avvalgono di esperti, consulenti, professionisti, lobbisti che difendono le varie cause. Anche qui si indovina la presenza in filigrana del tema della coesione sociale. Per vincere, occorre essere convenientemente attrezzati, disporre di argomenti solidi e questi sono soprattutto costituiti da dati empirici, da tecniche di potere padroneggiate dagli esperti il cui scopo non è tanto quello di creare uno stato stabile ma di modificare i sistemi di gestione per adattarli alle esigenze dei singoli gruppi di potere. In questa congiuntura, la valutazione diventa uno strumento privilegiato di azione. Si indovina in queste considerazioni la presenza di una avversione tipicamente francese al localismo, al comunitarismo. Il benessere sociale, la giustizia sociale non possono essere il frutto di egoismi, non possono venire dal basso , ma devono essere calati o meglio indicati da chi sta in alto. Gli insegnanti sono i mediatori, gli interpreti di queste teorie formulate dai filosofi e dalle persone colte.

 

Oltre al nuovo concetto di democrazia si ritrova l’emergenza di un nuovo concetto di uguaglianza: si passa dalla ricerca dell’uguaglianza dei punti di partenza ad uno di uguaglianza delle opportunità. Lo sport diventa una eccellente metafora di questa trasformazione. Si suppone che l’uguaglianza delle opportunità produca coesione sociale a condizione che il talento di ognuno possa esprimersi e manifestarsi. Se ciò succede allora tutti ne possono beneficiare ma per giungere a questo risultato occorre fiducia nelle regole e nel prossimo.

 

Infine Dubet sviluppa il concetto per lui chiave nella riflessione sulla coesione sociale ossia quello di capitale sociale. Si rende come giusto omaggio ad alcuni grandi padri fondatori come Bourdieu, Coleman e Putnam, figure centrali della sociologia contemporanea. Il capitale sociale promuove la fiducia nel prossimo e la fiducia è necessaria per la democrazia come pure per gli affari. Questi concetti si ritroveranno nel saggio firmato da Duru-Bellat che li approfondisce con dati provenienti dalle banche dati prodotte dalle indagini internazionali.

 La coesione sociale: un sintagma recente

 

Il saggio di Dubet introduce la seconda parte del volume che è dedicata alla coesione sociale. Il testo di Dubet è assai interessante proprio perché si tratta di un testo teorico, senza nessun riferimento empirico. Dubet precisa subito che il sintagma « coesione sociale » entrato nel linguaggio sociologico in data assai recente indica un cambiamento di paradigma nella spiegazione dei motivi per i quali una società si costituisce e delle ragioni che spingono gli individui a stare assieme, ad unirsi. Infatti la domanda fondamentale è la seguente: « come le società si costituiscono ? » ( ‘How are societies bound togheter’?). Questa è la domanda iniziale, che Dubet formula senza punto di domanda. Per Dubet non esiste nessun dubbio in materia. Il ricorso al concetto di coesione sociale è l’espressione di un cambiamento di fondo , per l’appunto di uno slittamento di paradigma, nella spiegazione della costituzione della società. La caratteristica principale del mondo contemporaneo risiede nel trionfo dell’individualismo. Tutte le iniziative in corso sul piano politico e culturale attribuiscono al soggetto la responsabilità di costruire la società. La coesione sociale è un insieme di meccanismi che forgiano e costituiscono le società (pag. 143). Tutto ciò si colloca al polo opposto tratteggiato da Durkheim o Bourdieu , ossia quello dell’integrazione sociale secondo il quale esisterebbe, ciò è molto francese ed è molto connesso al pensiero di Durkheim, un ordine culturale e sociale superiore che dirige le pratiche degli attori, al quale gli attori, ossia gli individui, si conformano più o meno. Il meccanismo di produzione della società è il prodotto di accordi e di coordinamento tra pratiche sociali multiple. I meritevoli di cui si parlava poco fa sarebbero coloro che conoscono sia gli obiettivi che i meccanismi che regolano il funzionamento di una società. L’apparizione del sintagma « coesione sociale » non sarebbe altro che la manifestazione del trionfo dell’individualismo come pilastro del vivere in comune. Le ripercussioni scolastiche di questa teoria sono assai rilevanti. Infatti non c’è dubbio che nelle politiche scolastiche vigenti e nella gestione delle scuole si ritrovi questa dimensione individualistica. Il personalismo pedagogico ne è una manifestazione, come lo è l’organizzazione dell’istruzione per progetti.

Modelli di scolarizzazzione

La seconda parte del volume è una declinazione di questa concezione elaborata da Dubet nel saggio introduttivo. Vi si trova tra l’altro un testo interessante di Nathalie Mons , Duru-Bellat , Yannick Savina sui modelli scolastici e il loro impatto sui comportamenti degli studenti ( Educational Models and Their Impact on Student Attitudes, pag. 183). Nathalie Mons è stata una allieva di Duru-Bellat che ne ha diretto la tesi di dottorato. Del saggio di Duru -Bellat se ne parlerà tra poco. La seconda parte avrebbe potuto essere più densa, più pedagogica dopo la brillante introduzione di Dubet, ma sono carenti le ricerche dei sociologi francesi su questo tema oppure gli autori mobilitati per partecipare a questo lavoro sono stati scelti in funzione di criteri non direttamente connessi al tema del volume. Mancano per esempio in questo libro, dal punto di vista francofono gli studi di Pons , di Agnès Van Zanten che sono stati svolti dal Centro di sociologia delle organizzazioni dell’ Istituto francese di scienze politiche, oppure non sono nemmeno citati i lavori di Denis Meuret. Mancano anche sulla sponda inglese altri autori di rilievo. Il volume fa piazza pulita dei concorrenti, li esclude, non li tiene in considerazione e nemmeno li cita. Si ha il sospetto che dietro i contributi riuniti nel volume ci sia un conflitto tipico del mondo accademico che induce ad emarginare colleghi che disturbano e che sono in concorrenza con gli autori prescelti. A questo punto si preferisce dare spazio ad un dottorando piuttosto che al direttore di un centro di ricerca che opera in modo diverso, con una prospettiva teorica differente sullo stesso tema. Tutto ciò riduce il valore e l’interesse del volume che per finire esprime un punto di vista e non la tendenza generale della disciplina sul tema preso in considerazione. Purtroppo i compilatori del volume non ritengono opportuno spiegare questo limite. Tra l’altro ci sono cose bizzarrie nel testo: per esempio Dubet traduce dal francese in inglese un passaggio di Honneth che esiste in inglese. I curatori nella casa editrice del volume non si sono dati la pena di cercare il testo originale e nemmeno Dubet l’ha fatto. Ci si aspetterebbe una precisione migliore da questi autori o dalla casa editrice.

Cosa dice Duru-Bellat?

Duru-Bellat propone come prima firmataria un testo sulla coesione sociale in un’ottica comparativista. Si sente in questo articolo la mano della specialista dell’educazione comparata anche se la sociologa francese si guarderebbe bene dal rivendicare una simile affiliazione.

In molti suoi articoli Duru-Bellat sfoggia una conoscenza notevole dei dati comparati e dimostra di possedere una bravura considerevole nello svolgere analisi comparate sui temi dell’istruzione e della politica scolastica e sociale. In questo volume pubblica due contributi: il primo con Nathalie Mons e Yannick Savina sui modelli scolastici e sul loro impatto sui comportamenti degli studenti (in inglese: " Educationals Models and Their Impact on Student") e il secondo di cui è prima firmataria con Antoine Vérétout e François Dubet sull’educazione e la coesione sociale in una prospettiva comparata (in inglese: “Education and Social Cohesion in a Comparative Perspective”). Questo secondo contributo ci sembra più rilevante anche perché affronta un tema molto di attualità ma addirittura perché tratta di una questione centrale nel volume, ossia quella della coesione sociale.

 

Duru-Bellat e i suoi co-autori annunciano subito la loro posizione: la coesione sociale mediante l’istruzione è un mito. Non è affatto vero che se si istruiscono più a lungo i membri della società, il livello di coesione sociale si eleva e le probabilità di instaurare nella società relazioni più forti improntate sulla fiducia reciproca aumentano. Secondo gli autori di questo saggio i fattori chiave della coesione sociale sono l’occupazione e quindi il suo contrario la disoccupazione, le disuguaglianze sociali, la povertà, ecc. Gli autori formulano dunque un’ ipotesi contraria al senso comune e sostengono che l’impatto dell’istruzione quando è significativo può aumentare le disuguaglianze sociali e promuovere la riproduzione delle disuguaglianze tra le generazioni. Gli autori non si limitano ad utilizzare la banca dati dell’OCSE. Questo è senz’altro un pregio del loro saggio. Una parte delle informazioni provengono infatti da un’ altra indagine internazionale, ovverosia dal World Values Survey.

 

Secondo gli autori, un forte impatto dell’istruzione può indebolire la coesione sociale. Cioè più il livello di istruzione si alza nella popolazione, più si indebolisce la coesione sociale. Questa non può essere distinta dalle disuguaglianze scolastiche ed è quindi inutile proclamare i benefici della creatività pedagogica in materia di coesione sociale senza tenere in considerazione il dinamismo sociale che potremmo chiamare semplicemente la cultura, non però la cultura aulica, e lo sviluppo economico. La coesione può essere definita come l’insieme di valori sociali e di virtù che servono come fondamento alla solidarietà nelle società democratiche e che assicurano per riflesso lo sviluppo economico. Il saggio che riflette assai bene le opinioni molte volte espresse da Duru-Bellat si concentra su due insiemi di attitudini: il capitale sociale (da questo punto di vista l’autore di riferimento è Putnam ma non si scordano i contributi di altri autori come per esempio Coleman ) e la fiducia, tema particolarmente caro ai discepoli di Coleman. Gli autori del saggio inserito in questo volume distinguono la fiducia dalla tolleranza e costruiscono un indicatore composito fondato su tre qualità: il capitale sociale, la fiducia, la tolleranza. L’istruzione o le attività scolastiche che si prefiggono di promuovere la coesione sociale non sono che un aspetto secondario della coesione sociale. Infatti gli autori dimostrano che la coesione sociale e le caratteristiche dell’istruzione non sono significativamente correlate, contrariamente all’impressione iniziale prodotta dalla loro analisi. Solo l’integrazione scolastica è positivamente correlata con la coesione sociale : la mancanza di correlazione tra disuguaglianze scolastica e coesione sociale possono sorprendere ma non si deve scordare che le disuguaglianze scolastiche possono accentuare la distanza culturale tra gli studenti e generare difficoltà di comunicazione nonché ostacoli nella fiducia reciproca. Questa posizione è davvero interessante e potrebbe essere convalidata da ulteriori ricerche. Infatti, ci sono molti aneddoti che comprovano l’ inefficacia dei livelli di istruzione dal punto di vista della coesione sociale, della tolleranza ma le indagini scientifiche su questo aspetto sono carenti o pressoché del tutto assenti. Ne parlano soprattutto i filosofi come Sloterdijk. Gli autori del saggio non forniscono osservazioni dettagliate sulle correlazioni tra coesione sociale, fiducia reciproca, tolleranza. Tirano per i capelli la questione, forse anche per sfruttare al meglio indagini esistenti nei cassetti, gli autori analizzano soprattutto l’impatto dei diplomi scolastici sul mercato del lavoro come una delle variabili principali delle disuguaglianze e quindi dell’evoluzione del livello di coesione sociale. Questa pista non è particolarmente originale. In conclusione, gli autori giungono ad una affermazione classica della sociologia che si occupa dei problemi di disuguaglianze sociali: le caratteristiche socioeconomiche come per esempio la ricchezza economica, le dinamiche del mercato del lavoro e dei livelli di disuguaglianza sono fattori molto più significativi di coesione sociale che non  quelli prettamente scolastici . Per arricchire l’analisi, gli autori indagano il livello di percezione della coesione sociale da parte degli attori sociali. Essi introducono quindi un nuovo concetto, ovverosia quello della percezione delle disuguaglianze. La socializzazione prodotta dalla scolarizzazione risulta meno incisiva che non l’insieme dei fattori socioeconomici i quali sono più potenti anche perché hanno un’ incidenza maggiore sulla percezione oggettiva e soggettiva delle disuguaglianze. Quando le disuguaglianze sociali non sono percepite come molto pronunciate, le società sono molto più coesive. Gli autori affermano che l’effetto dell’istruzione scolastica dipende non solo da quanto è successo prima della scuola o durante la scolarizzazione ma anche da quanto succede dopo la scolarizzazione ovverosia dai meccanismi che governano l’impatto del livello di istruzione sulla vita degli individui ossia dal punto di vista che gli individui maturano a proposito delle percezioni e della legittimità delle disuguaglianze sociali. Per finire, questo saggio relativizza alquanto l’impatto dei programmi scolastici che mirano a promuovere la coesione sociale. È senz’altro interessante rilevare che la promozione dei livelli di istruzione nonché un livello più elevato di istruzione della popolazione accentua le disuguaglianze economiche invece di ridurle e che la percezione soggettiva delle disuguaglianze non è correlata in modo significativo dal punto di vista statistico alla percezione oggettiva delle disuguaglianze esistenti in una società. Società relativamente ingiuste dal punto di vista delle analisi comparate come quella degli Stati Uniti o quella del Giappone possono convivere con un livello di coesione sociale elevato anche se la percezione dell’ingiustizia sociale da parte dei membri di queste società è soggettivamente errata. Ciò dimostra quanto rilevante sia la percezione delle ingiustizie sociali. Queste constatazioni aprono il campo a molteplici piste di indagini che però fin qui sono ancora assai carenti. Sarebbe auspicabile che gli autori in un prossimo futuro approfondiscano ulteriormente queste ipotesi con prove inconfutabili di come l’apparato istituzionale contemporaneo ed il discorso pedagogico dominante contribuiscano ad indebolire la coesione sociale nonostante le affermazioni ed i proclami che vanno in una direzione del tutto opposta.

 

La comparazione come chiave di analisi

 

I saggi di questo volume sono un omaggio reso all’educazione comparata e si basano sul presupposto che non esiste una convergenza planetaria tra i sistemi scolastici che sono molto diversi tra loro. Nessuno degli autori ha fatto carriera nel campo dell’educazione comparata anche se molti dimostrano di usare con grande competenza i dati di vari sistemi nazionali nonché le indagini internazionali comparate. Qui si dovrebbe avviare un lungo dibattito sulla rilevanza dell’educazione comparata come strumento di conoscenza. La storia dell’evoluzione dell’educazione comparata dagli inizi agli albori del XIX secolo fino ad oggi è stata scritta altrove e non è il caso di riprenderla in questa sede, ma occorre pur dire che i contributi raccolti in questo volume si inseriscono in una corrente disciplinare e come lo si può dedurre dalla premessa dei curatori i quali contestano “d’emblée” l’opportunità di collocare le loro analisi in una prospettiva sovranazionale e globale come invece taluni comparativisti contemporanei ritengono di dovere fare ( pagina 4). Nonostante questo diniego, i lavori raccolti nel volume si inseriscono nell’ambito dell’educazione comparata e sostengono un punto di vista specifico che contesta la validità delle affermazioni di altri specialisti dell’educazione comparata secondo i quali i sistemi scolastici a livello mondiale evolvono nella stessa direzione e tendono a convergere tra loro.

Questo tema è un invito a nozze per i compilatori del volume che sono nomi famosi come Green, Duru-Bellat , Dubet il quale non è tra i compilatori ma è uno degli autori di spicco. Dubet se ne sta alla larga dagli studi comparati ma sottoscrive un saggio di Duru-Bellat che è invece molto imperniato sulla comparazione come lo sono la maggior parte degli ultimi lavori della sociologa francese. Occorre anche dire che il trattamento analitico dei dati statistici effettuato da Duru-Bellat e Mons non è affatto male.

 

Non vale la pena qui discutere la pertinenza della gamma di metodologie usate dagli autori dei vari saggi. Si può soltanto rilevare la presenza tipicamente francese delle analisi fattoriali delle corrispondenze e l’assenza di altri approcci metodologici che invece abbondano nelle analisi dell’OCSE per esempio le analisi di Douglas WiIllms.