Raccolta di 40 brevi saggi sulle "Buone Pratiche" pubblicati nella Newsletter n.39 della rete NORRAG ( Network for Policy Research, Review and Advice on Education and Training).

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Un ritornello caro alle burocrazie statali prive di immaginazione

NORRAG (Network for Policy Research, Review and Advice on Education and Training) è una rete di ricercatori, politologi e agenzie della cooperazione tecnica per lo sviluppo dedicata all’analisi delle politiche internazionali nel campo dell’educazione e della formazione. Uno dei nodi da sciogliere per questa rete è quello delle strategie di sviluppo da adottare per promuovere la scolarizzazione e l’educazione nei paesi poveri ed in via di sviluppo: importare modelli scolastici di comprovata efficacia (ma ce ne sono?)? Adattare questi modelli? Copiare i sistemi applicati nei paesi avanzati? Applicare le soluzioni che si conoscono meglio ossia i programmi scolastici delle ex-potenze coloniali? Per altro NORRAG era agli inizi specializzata nel settore della formazione professionale ( Vocational and Technical Education - VOTEC), ed in parte lo è ancora. In questi ultimi tempi sotto la direzione dello scozzese Kenneth King, che ha anche diretto per un tempo il settore educazione della cooperazione tecnica canadese, NORRAG ha ampliato il proprio campo d’azione. L’attività della rete è finanziata dall’Agenzia del governo svizzero (Ministero degli affari Esteri) della cooperazione per lo sviluppo (SDC - Swiss Agency for Development Cooperation ) e dall’agenzia analoga del governo inglese ( DFID (- Department for International Development).

Dopo la pubblicazione alla fine del 2001 dei risultati della prima indagine PISA sulle competenze in lettura dei quindicenni [1], l’universo pedagogico mondiale ha scoperto che gli studenti quindicenni finlandesi erano buoni lettori, anzi erano forse i migliori lettori a livello mondiale della loro categoria, se qui è lecito usare un’immagine sportiva. Come mai in Finlandia? Cosa facevano i Finlandesi per essere così bravi? Cosa avevano di speciale le scuole finlandesi? Come mai nessuno se ne era accorto prima? Quali erano le peculiarità del sistema scolastico finlandese che potevano concorrere a determinare un esito così invidiato?

I Finlandesi furono i primi ad essere sorpresi quando scoprirono di trovarsi in testa alla classifica dell’OCSE, quasi incapaci di dare una risposta a queste domande. Fecero però buon viso a una cotale sorte e si organizzarono per accogliere pellegrinaggi incessanti di visitatori curiosi di andare a scovare sul posto gli ingredienti di una prestazione tanto spettacolare quanto inattesa.

Il viaggio pedagogico, la trasferta in loco, la visita sul posto è una costante della storia dell’educazione comparata. Fin dagli albori, ovverosia dai primi decenni del XIX secolo, quando ancora i sistemi scolastici statali contemporanei non erano ancora nati, i comparativisti cominciarono a viaggiare per osservare esperienze, innovazioni, scuole, amministrazioni con la speranza di scovare soluzioni ideali per impiantare un buon sistema scolastico ed avere buone scuole. A quell’epoca, una meta invidiata dei pellegrinaggi pedagogici era Yverdon in Svizzera, dove operava Enrico Pestalozzi, ritenuto il massimo pedagogista dell’epoca. La sua scuola era considerata una delle migliori del mondo d’allora. Adesso non si va più a Yverdon ma si va ad Helsinki.

Il fondatore dell’educazione comparata, Marc Antoine Jullien fu uno dei precursori di questo turismo pedagogico che si prefiggeva di cercare il miglior sistema scolastico, di studiarlo e riprodurlo altrove. La ricerca di questo "Graal" pedagogico dopo d’allora non è mai cessata ed è divenuta una costante nell’educazione comparata. Ancora oggigiorno, quando si presentano gli indicatori internazionali dell’istruzione, [2] oppure quando si pubblicano i risultati delle grandi indagini su vasta scala sulle competenze degli allievi, [3] i rappresentanti dei media immancabilmente chiedono: "C’è un sistema scolastico migliore di un altro?"; "C’è un sistema che funziona meglio degli altri?".

In piena crisi sulla qualità della scuola, nel bel mezzo degli anni 80, le autorità federali americane, che avevano per altro scatenato la crisi sulla qualità dell’istruzione nelle scuole statali con la pubblicazione nel 1983 del rapporto "A Nation at Risk" [4] , hanno prodotto un opuscolo stampato a grande tiratura e distribuito ovunque negli Stati Uniti, dal titolo significativo "What works" ( Che cosa va bene). [5]. L’opuscolo è una specie di ricettario destinato ai docenti, ai presidi, agli assessori locali dell’istruzione, agli ispettori, che presenta soluzioni efficaci, ovverosia comprovate, per migliorare la scuola e gli apprendimenti. [6] Nello stesso periodo si deplora la mancanza di indicatori del sistema scolastico che siano tra loro comparabili e si denuncia la carenza di dati sui risultati della scolarizzazione. [7]

E’ a partire da questo momento che si diffonde a macchia d’olio la produzione di opuscoli sulle buone pratiche. Ci si mette l’OCSE, il BIE  [8], l’IIPE , ossia alcune delle organizzazioni intergovernative di massimo livello nel campo dell’istruzione. A decorrere dalla fine degli anni Ottanta tutte queste organismi internazionali si danno da fare per produrre sintesi di esperienze, innovazioni, ricerche , la cui validità per il miglioramento dell’insegnamento è comprovata da prove certe. Per finire, il contagio colpisce anche la Commissione dell’Unione Europea. Le principali direzioni che intervengono nel campo dell’istruzione e della formazione impongono il criterio delle buone pratiche come quadro di riferimento per impostare i programmi di intervento nel settore scolastico. Per esempio, il programma Eurosocial di aiuto all’America Latina è stato costruito su una lista di buone pratiche selezionate come modello di studio e di sviluppo. Invece di promuovere una strategia di "Ricerca e Sviluppo" che privilegia la produzione di conoscenza prima di passare alla pratica, ci si affida ormai a "Buone Pratiche e Generalizzazione". L’attivismo prende il sopravvento sulla teoria e sulla conoscenza. Trionfa l’efficacia e l’utilità.

La Newsletter di Norrag cade a puntino. Rispolvera una vecchia questione e smonta molte illusioni. Invita ad essere prudenti e a non sprecare risorse per operazioni prive di un impianto teorico solido. come lo spiega la nota politica che accompagna la Newsletter che qui riprendiamo in parte adattandola.

NN39 (Norrag News No.39) fornisce una critica della teoria delle migliori pratiche piuttosto che un inventario delle pratiche che vanno per la maggiore nel campo scolastico.

I quaranta contributi di questa Newsletter sono volutamente corti e pungenti. Questi saggi compongono un insieme quanto mai tempestivo ed esteso di avvertimenti che invitano alla massima cautela quando si affronta il discorso delle" Best Practices". In questa raccolta si forniscono per altro eccellenti consigli per reperire "buone pratiche", genuine, con indicatori appropriati.

Nella Newsletter si trova pure una succinta storia, molto utile, della "pratiche migliori" , mettendone in evidenza la derivazione dal mondo della gestione amministrativa e degli affari. Una particolare attenzione è dedicata alla tendenza che rivendica l’astoricità delle "buone pratiche", ignorandone i successi ma anche i fallimenti del passato. Molti sostengono che la "pratica migliore" rappresenta il "nec plus ultra" del sapere pedagogico , ignorando però qualsiasi memoria istituzionale.

Il richiamo alle "buone pratiche* lo si sente ora in ogni sfera dell’attività educativa , dalla scuola materna alla ricerca universitaria, dalle riforme dei curricoli ai programmi di miglioramento della qualità ed anche nel settore della valutazione degli apprendimenti.

È importante essere in chiaro sulle fonti all’origine di quelle che si pretendono essere le buone o le migliori pratiche. Tale fonti sono connesse alla ricerca scientifica? Le prove della bontà di una pratica, della sua efficacia, sono fornite da ricerche? In caso affermativo, di che genere di ricerca si tratta? Chi rilascia il certificato di "buona pratica" ? Come lo si rilascia? Un’agenzia di sviluppo, un istituto di ricerca, oppure l’esperienza nazionale in un paese particolare? Molti autori dei saggi raccolti in questa Newsletter trattano appunto la questione delle basi molto fragili sulle quali è fondata la valutazione delle "buone pratiche".

Le "buone pratiche" non sono come frutti maturi in attesa di essere raccolti. Sono invece piante che devono essere ripiantate, innestate, potate, concimate in funzione del terreno in cui si trovano, se si vuole che producano frutti. Gli autori riconoscono che ci sono "buone pratiche" ma affermano anche che queste non si possono semplicemente copiare e riprodurre. Se si prendono in prestito, si deve essere consapevoli del loro substrato culturale, della loro "chimica ", della storia e dell’economia politica del sistema educativo che ha prodotto l’innovazione. Per incastonare efficacemente queste pratiche in un nuovo contesto, occorre imparare a riconoscere questi ingredienti e adattarli altrimenti le trasposizioni non riescono. Questa non è solo un’esigenza dei finanziatori e dei decisori politici ma anche un principio fondamentale della comunità scientifica.

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Dalla presentazione fatta nel sito dell’ADI:

“Best Practice” in educazione: una speranza o una montatura?

"Innanzitutto cosa si intende per Best Practice? E’ una metodologia o una tecnica ritenuta più efficace di altre per raggiungere un determinato obiettivo. Questo termine gode attualmente di grande popolarità e il suo significato si è molto esteso. Il termine “Pratiche” comprende ormai ogni aspetto dell’organizzazione e delle attività di un sistema d’istruzione, dagli aspetti strutturali come l’organizzazione dei cicli scolastici al reclutamento degli insegnanti e ai criteri di selezione, dai contenuti e metodi della formazione degli insegnanti ai contenuti e all’organizzazione dei curricoli, dai metodi d’insegnamento alla gestione della classe, dalla valutazione ai premi e punizioni, fino ai materiali didattici.

Liste di “Best Practice” sono disponibili per qualsiasi livello d’istruzione, dalla scuola dell’infanzia al diploma, e per tutti i tipi d’insegnamento (lettura, matematica, istruzione professionale ecc..). Ma questa ampia disponibilità di Best Practice ha lasciato il segno, si è radicata, o si tratta solo di una montatura pubblicitaria?

Ha ragione Craig (2007) ad argomentare a favore di conoscenze, competenze e tecnologie standardizzate, in quanto “l’apprendimento è un’attività universale e uguale ovunque”, o hanno ragione Ryan and Grieshaber (2005) che sostengono l’importanza del localismo, affermando che la conoscenza non è mai astorica e autonoma da determinati valori? Quindi le buone pratiche sono esportabili, oppure no?

Questo e tanto altro è discusso nei 40 saggi brevi di questo numero di NORRAG."

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Dalla presentazione fatta nel sito Norrag:

NORRAG NEWS 39 - �Best practice� in education & training: Hype or hope?

�Best practice� has been very widely used in the education and training literature to suggest that a particular approach has been identified for wider dissemination and adoption. The term has a faintly scientific ring, indicating that perhaps this particular approach has been carefully identified from a range of other approaches. In other words, it has a flavour of evidence-based research lying behind it. In fact, the term, �best practice�, appears to come from Taylorism and from the world of business, and possibly also from the world of successful agricultural extension in the USA. In this special issue, we examine critically what the concept means, where it comes from, and how it has been utilised and sometimes misinterpreted in education and training. What follows are just a few of the areas which have been associated with this label. Sometimes it would almost appear that best practice is what the major players in development assistance decide is best practice! But we are not of course arguing that all �best practice� is suspect. Some good practice is precisely what it says it is.

CONTENTS

Nb. 39 includes articles examining the following topics:

- Best practice in skills development and enterprise
- Best practice around UPE and EFA
- Best practice in researching and evaluating the developing world
- Best practice in aid modalities
- Best practice in language, science, ICT & exams

[1] OCDE: Connaissances et compétences : des atouts pour la vie. Premiers résultats de PISA 2000 - Rapport international des résultats de PISA 2000, Paris 2001

[2] Per esempio gli indicatori dell’OCSE "Regards sur l’éducation", che è una serie pressoché ininterrotta di dati sui sistemi scolastici iniziata nel 1992

[3] Per esempio i dati dell’indagine PISA

[4] Gardner, D. P. (1983). A Nation at Risk : The Imperative for Educational Reform : a report to the nation and the Secretary of Education United States Department of Education., 65 p.

[5] U.S. Department of Education : What works. Research about Teaching and Learning. Washington D.C., 1986

[6] Pressapoco in questo periodo inizia la riflessione ed il dibattito che criticano i metodi di ricerca in educazione. E’ contestata la mancanza di prove, la metodologia senza gruppi di controllo casuali, la sperimentazione non controllata. L’apice di questo dibattito si avrà nel corso della seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso e solo nel 2007 l’AERA (American Educational Research Association) prenderà posizione in modo chiaro su questa questione. Si veda l’articolo a questo proposito in questo sito.

[7] Allegato si trova un articolo di Gene Glass, Arizona University, pubblicato nel 1987, nella rivista Educational Researcher dell’AERA (American Educational Research Association), molto critico sul nuovo corso del dipartimento federale americano dell’educazione. Glass ritiene che la ricerca delle buone pratiche corrsiponda ad una politica conservatrice.

[8] La serie "Pratiques Educatives"

Les documents de l'article

NN39.pdf
Glass_What_Works.pdf