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Competenze chiave per un mondo in trasformazione

 

  • La Commissione europea insoddisfatta di come stanno andando le cose
  •  Un comunicazione della commissione al Parlamento europeo
  • Avvertimento solenne. Se la musica non camia saranno guai. Non c’è da meravigliarsi: i sistemi scolastici vigenti non sono fatti per accogliere il ribaltamento dei programmi richiesto dall’adozione delle competenze chiavi. Tutti i sogni presto o tardi svaniscono.

 

Ecco la constatazione del fallimento fatta dalla Commissione Europea:

 

"Nonostante un generale miglioramento dei risultati nel campo dell’istruzione e della formazione dell’UE, la maggior parte dei parametri di riferimento fissati per il 2010 non verrà raggiunta; anzi per quanto concerne il parametro essenziale dell’alfabetizzazione, si assiste in realtà a un arretramento nei risultati."

 

Questo significa due cose:

  • gli obiettivi fissati erano sbagliati e qui si può alludere all’acquisizione delle competenze trasversali o essenziali riprese a cascata da molti governi che pappagallano le pensate europee;

 

  • la strategia adottata non è quella giusta e in questo caso si può alludere al metodo della "cooperazione aperta". Come noto, l’Unione Europea non ha una politica scolastica esplicita. Ne ha però una implicita, ha adottato un modo subdolo di operare nel settore scolastico che concede d’intervenire senza dare all’occhio, senza leggi, senza regolamenti, puntando sulla cooperazione dal basso tra scuole, tra insegnanti, tra regioni, senza passare dai governi.

 

Dopo dieci anni di monitoraggio, di spese non colossali ma rilevanti nel settore dell’insegnamento, di distribuzione a destra e a manca di sussidi e contributi, siamo alla frutta. I risultati sono davanti a tutti: non ce ne sono, nonostante le pudiche smentite della Commissione.

 

L’Unione Europea non è stata nemmeno in grado di impostare un sistema di valutazione proprio dei sistemi scolastici europei, di escogitare una procedura di valutazione adeguata alle specificità culturali, linguistiche, geografiche, storiche, amministrative dello spazio europeo. La Commissione Europea dispone solo dei dati dell’indagine PISA svolta dall’OCSE sul piano mondiale. Non è l’indagine che ci vuole per pilotare i sistemi scolastici europei. Ma forse nessuno vuole pilotarli. Si punta sulla buona volontà, sull’autovalutazione, sulle iniziative dal basso e si finanziano le scuole e le regioni a pioggia. Un esempio eloquente sono i soldi del progrmma POM versati a cinque regioni meridionali italiane. Una valanga di soldi, spesi non si sa come, con i risultati che si conoscono.

 

La Commissione europea sottolinea i progressi che si devono ancora compiere, le difficoltà incontrate nell’impostazione di programmi imperniati sulle competenze chiave trasversali.

 

 Il problema scottante degli insegnanti

 

Nei sistemi scolastici dei Paesi membri dell’Unione Europea ci sono più di sei milioni di insegnanti (dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado). Come formarli. La Commissione è di fronte a un rompicapo. Ecco cosa afferma:

 

"resta ancora molto da fare per sostenere lo sviluppo delle competenze degli insegnanti, aggiornare i metodi di valutazione e introdurre nuove forme di organizzazione dell’apprendimento. Una delle sfide principali è far in modo che tutti i discenti, compresi quelli svantaggiati e quelli che seguono percorsi di IFP [1] e di educazione degli adulti, possano usufruire delle metodologie innovative."

 

La Commissione tenta di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia di mantenere i sistemi scolastici come sono ora, con la manodopera che assorbono, e di cambiare i modi di fare, la didattica, l’insegnamento. La strategia è quella del cambiamento dal basso, progressivo, lento, dolce, che non urti le suscettibilità e gli interessi di nessuno, soprattutto di nessun centro di potere annidato tra la massa degli insegnanti. Invece occorre pensare un profilo nuovo del personale scolastico inserito in sistemi modellati in funzione delle opportunità offerte dalle ICT.

 Il ruolo cruciale delle ICT

"Si sta facendo molto per dotare le scuole delle nuove tecnologie e assicurare competenze di base in materia di TIC nel quadro della competenza digitale. Tuttavia sempre più spesso i giovani acquisiscono le competenze in materia di TIC in modo informale, per cui meno attenzione è stata riservata a temi quali lo spirito critico nell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie, la consapevolezza dei rischi e le questioni etiche e giuridiche. Considerata la progressiva diffusione dell’impiego delle TIC nella vita quotidiana,
è opportuno affrontare esplicitamente questi temi nell’insegnamento e nell’apprendimento. Occorre sfruttare meglio le potenzialità che le nuove tecnologie offrono in termini di promozione dell’innovazione e della creatività, nuovi partenariati e personalizzazione dei percorsi di apprendimento."

 

Gli insegnanti devono imparare dagli allievi. Questa è la grande lezione che viene dalle ICT come del resto l’ha sottolineato Nicholas Negroponte [2]. Il promotore del computer scolastico per ogni allievo [3] sostiene che “Ogni volta che qualcuno mi chiede chi addestrerà gli insegnanti che insegneranno ai bambini come usare i laptop, mi domando da quale pianeta venga! E’ incredibile! Semplicemente incredibile! Perchè tutti noi sappiamo che siamo noi a chiedere ai nostri figli o ai nostri nipoti come si usa questa tecnologia. Il problema dell’addestramento, anche se non mi piace usare questa parola, perché la si usa con i cani non con le persone, è quello di far sì che gli insegnanti diventino sufficientemente sicuri di sè da accettare che siano i bambini a mostrare loro come si usa il laptop”.

 

E’ opportuno però evitare le posizioni settarie: non si può imparare tutto dagli allievi. Gli insegnanti possono ancora servire, ma come? Il paragrafo qui citato della comunicazione della Commissione Europea suggerisce alcune piste di lavoro per ripensare l’organizzazione della scuola, ma si può dubitare che le organizzazioni professionali sorte con il compito di difendere gli interessi degli affiliati accettino capovolgimenti di questo tipo. Allora che fare? Come procedere per sensibilizzare tutti gli gli insegnanti, aiutare tutti a capire che qualcosa sta cambiando, che non possono più rifugiarsi nelle aule, che possono acquistare prestigio e autorità con atteggiamenti diversi nei confronti degli studenti, con altre competenze. L’erudizione disciplinare non è messa al bando, ma passa in secondo piano. E’ un habitus culturale importante che le ICT non possono di per sé sviluppare.

 

Le scuole devono aprirsi al mondo del lavoro

 

Un altro paragrafo di questa comunicazione molto onesta merita di essere citato, quello nel quale si invitano le scuole ad aprirsi al mondo del lavoro e quindi si sollecitano, senza purtroppo dirlo in modo esplicito, le autorità a impostare politiche scolastiche che prevedano un’alternanza tra scuola e lavoro.

Questo è uno dei grandi mali della scuola italiana la quale pretende di insegnare tutto nelle scuole. Il sistema italiano è ammalato di scolarizzazione acuta. Una decina di anni fa si parlava d’incubatrice scolastica: tenere bene al caldo, dentro le scuole, dentro le aule, gli studenti. Non è cambiato nulla tranne la diffusione massiccia, rapida, epidemica, delle ICT. Si va a scuola ma dentro le aule si ascoltano gli iPOD, si usano i telefonini, si gioca con Nintendo DS o con altre "play station", da soli o in gruppo durante le lezioni. Ecco l’ultimo passaggio che riportiamo dalla comunicazione della Commissione Europea:

 

"Allo stesso modo, quando si cerca di trasmettere competenze sociali e civiche, lo spirito d’iniziativa e di imprenditorialità e la consapevolezza culturale, la difficoltà sta nell’andare al di là dell’aspetto nozionistico. Gli studenti hanno bisogno di più possibilità di esercitare lo spirito d’iniziativa e di apprendere in scuole aperte al mondo del lavoro, del volontariato, dello sport e della cultura – ciò anche attraverso attività di proiezione verso l’esterno che coinvolgano datori di lavoro, gruppi giovanili, soggetti della cultura e la società civile."

[1] Istruzione e Fromazione professionale

[2] Nicholas Negroponte (1943) il fondatore e il presidente dell’associazione non-profit One Laptop per Child

[3] Chiamato OX