Il Senato francese discute in questo momento un progetto di legge sulla formazione che contempla la possibilità di iniziare l’apprendistato in una impresa o in un’azienda a partire dai 15 anni e di terminare in questo modo l’obbligo scolastico, che in Francia è fissato a 15 anni ossia dopo il nono anno di scuola. Il progetto suscita forte opposizione sindacale.

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Grande confusione sull’apprendistato

Tutti a scuola, un solo modulo d’apprendimento, un solo tipo d’intelligenza, stessi livelli essenziali di apprendimento per tutti. La personalizzazione va a farsi benedire: questa è la configurazione della scuola statale che continuano a difendere gli idealisti dell’uguaglianza scolastica i quali si oppongono a tutti i tentativi di differenziazione delle modalità d’apprendimento dei pre-adolescenti e ad esigere il rispetto di ritmi identici e di strategie d’apprendimento uniche, di scadenze uguali per tutti, fino a 15 o 16 anni. Per difendere queste opzioni si banalizza la validità di moduli alternativi di formazione , non esclusivamente scolastici, come per esempio l’apprendistato o la formazione duale. Se ne caricatura la rappresentazione, comparando l’apprendistato degli studenti universitari o le forme di alternanza studio-lavoro di un adulto che ha valicato la soglia dei vent’anni con le modalità d’apprendistato di un giovane studente di 15 , 16 anni. Le due realtà sono diversissime. D’altra parte non si risolve il problema delle difficoltà scolastiche e del rifiuto della scuola inventando indirizzi di scolarizzazione alleggeriti che spediscono i giovani in difficoltà nel mondo del lavoro. Neppure questa è una soluzione rispettosa della dignità delle persone.

Due problemi distinti: lo zoccolo comune di competenze e di conoscenze da un lato e l’apprendistato dall’altro. Non sono esclusivi l’uno dell’altro ma neppure complementari

 

Lo zoccolo comune di competenze e di conoscenze, ossia i livelli essenziali di conoscenze, è il bagaglio di conoscenze che si vorrebbe fosse acquisito da tutti alla fine dell’obbligo scolastico. Ci sarebbero due vie per arrivarci: un tronco comune il più lungo possibile, con un curricolo identico per tutti, secondo un ritmo unico d’apprendimento oppure indirizzi diversi di scolarizzazione, che offrono modalità diverse d’apprendimento, con scadenze scaglionate in funzione dei tipi di intelligenza e degli interessi degli studenti. Come fare per ottenere che tutti acquisiscano lo stesso bagaglio di conoscenze, nonostante le differenze di doti, talenti, condizioni di vita, forze, motivazioni, risorse? Questa questione non è per il momento analizzata con rigore e le risposte date sono sovente confuse, imprecise, oppure imbevute di settarismo ideologico. Il conflitto tra le parti, grosso modo la sinistra da un lato e la destra dall’altro, rimane acerbo, rabbioso ed impedisce di venire a capo di un problema, complesso, ossia quello della nausea della scolarizzazione provata da migliaia di giovani che finiscono poi per abbandonare precocemente qualsiasi tipo di formazione e per gonfiare le fila dei dropout.

 

Le difficoltà della scolarizzazione non si possono ignorare; un argomento a favore dell’apprendistato?

 

Non è né abbassando il livello di esigenze per tentare di tenere tutti gli studenti a scuola, né mandando precocemente nelle aziende i giovani che rigettano la scolarità con l’argomento che ciò facendo si offre loro l’opportunità di scoprire un ambiente professionale nel quale preparare un progetto di apprendistato, ossia di formazione duale, con un’alternanza d’ istruzione scolastica e di formazione in un luogo di lavoro, che si risolvono i problemi di scolarizzazione o "il rifiuto tout court" della scuola.

 

I gruppi che si oppongono ai tentativi di inventare o di sperimentare modalità motivanti d’apprendimento per i giovani prima della fine dell’obbligo scolastico sono ispirati da una filosofia egualitarista di tutto rispetto ma nel contempo sottostimano le difficoltà suscitate dal modello di scolarizzazione uniforme per tutti nonché i problemi posti dall’adozione di uno schema unico d’apprendimento.

 

Beninteso è possibile attuare percorsi formativi diversi e non discriminanti, personalizzare l’insegnamento senza cadere in forme di segregazione, ma l’apparato scolastico ha una cultura burocratica che non facilita l’adozione di queste modalità e i professori, nella stragrande maggioranza, non sono stati formati a insegnare in modo differenziato.

 

Il CEREQ [1] , ha pubblicato una bollettino nell’ottobre 2005 ("Note 223") [2] nel quale si sostiene che l’apprendistato è indubbiamente un modulo efficace di formazione ma che i benefici che se ne possono trarre si fanno sentire e sono duraturi solo a livello universitario. A questa conclusione si giunge se si dà per scontato il sistema economico e scolastico francese vigente, mentre le conclusioni sarebbero ben diverse se un’indagine simile fosse svolta in Svizzera o in Germania. L’indagine del CEREQ è valida forse nel contesto francese ma non lo è in termini assoluti.

 

Il progetto di legge sulla formazione professionale in discussione in Francia ignora lo zoccolo comune delle competenze e delle conoscenze ?

 

Questo è quanto ritengono molti militanti della sinistra francese per i quali la battaglia dello zoccolo comune è fondamentale sia dal punto di vista etico (l’uguaglianza della scuola di base o del servizio scolastico comune per tutti) sia da quello della qualità dell’istruzione. L’obiettivo da preservare è quello di un sapere di base minimo comune per tutti. La bontà o meno della qualità del servizio scolastico è misurata con questo criterio. Orbene, la pertinenza di questo obiettivo non è contestabile, ma è necessario interrogarsi sul modo di conseguirlo.

 

Il progetto di legge sulla formazione in discussione davanti al Senato francese prevede di autorizzare gli studenti dell’ultimo anno della scuola media unica [3], i quali sono tenuti a rispettare l’obbligo scolastico, ossia gli studenti che in Italia frequentano il primo anno del biennio, a svolgere un’esperienza professionale in un’azienda: pur lavorando per metà settimana, questi giovani sono considerati studenti e non lavoratori, sono studenti-lavoratori e restano inquadrati nelle strutture del sistema scolastico. Questa prospettiva, concepita per risolvere il rigetto della scuola, è considerata rivoltante da una parte dello spettro politico.

 

Non vogliamo discutere a questo punto né la pertinenza della proposta né la contestazione che solleva. Per il momento vorremmo limitarci ad attirare l’attenzione sull’assenza, in questo dibattito, di qualsiasi referenza allo zoccolo comune di competenze e conoscenze che tanto interesse aveva sollevato alcuni anni fa, quando fu proposto a seguito del grande dibattito sul futuro della scuola lanciato nel 2003 dal ministro dell’educazione Luc Ferry.

 

La proposta di legge in discussione al Senato francese fa strame dello zoccolo domunce di competenze e conoscenze, ne ignora l’esistenza, benché alcuni anni fa, quando fu proposto, lo si considerò il toccasana per risolvere i problemi della dispersione scolastica e per realizzare una reale democratizzazione degli studi. [4]

 

Il Senato francese cerca una via di uscita dalla scuola agli studenti che non ce la fanno più a seguire l’insegnamento scolastico ma non si interroga sulle modalità da rispettare per terminare la scuola dell’obbligo con un bagaglio minimo di competenze e conoscenze uguale a quello dei compagni che restano nelle scuole secondarie di primo grado. E’ quindi corretto ritenere che il Senato francese, in questo momento, ignora gli indirizzi della legge della scuola e insabbia il concetto di "zoccolo comune" delle conoscenze e delle competenze.

 

Dalla polemica sullo zoccolo comune a quella sul valore dell’apprendistato

 

Non è la prima volta che in Francia si cerca una soluzione per eliminare o almeno attenuare il rigetto della scuola di centinaia di migliaia di studenti. Questo succede in un sistema socio-politico che mette al primo posto il valore della cultura scolastica, il successo agli esami, ii mandarinato di Stato, l’eccellenza scolastica, la selezione dei migliori studenti per gestire lo stato,. Lo zoccolo comune è un corollario di questo universo: almeno questo per giustificare e salvare la scuola statale.La selezione può iniziare dopo.

 

Nella legge Fillon si era previsto un Alto consiglio dell’educazione  [5] avente la missione di vegliare sull’applicazione dello zoccolo comune, ma pochi mesi dopo l’entrata in funzione di questo organismo, addirittura nello stesso anno, ossia nel 2005, il ministro dell’educazione Gilles de Robien, che sostituì, nel governo di Dominique de Villepin,  François Fillon,  pur appartendo alla stessa maggioranza politica mandò al macero il concetto di zoccolo comune delle conoscenze e delle competenze con la creazione dello statuto di "apprendisti juniors". (legge del 31 marzo 2006). La soluzione dello zoccolo comune era troppo raffinata, troppo d’avanguardia, per resistere. La soluzione di Robien autorizzava gli studenti quattordicenni ad iniziare una formazione in alternanza in un’azienda e quelli quindicenni a concludere l’obbligo scolastico in un centro per apprendisti o in un’azienda e non più a scuola. Non entriamo qui nei dettagli della normativa, che suscitò unla marea di proteste nelle frange più sensibili e avanzate del sistema scolastico perché rendeva impossibile l’acquisizione di uno zoccolo comune di competenze e conoscenze, uguale per tutti , alla fine dell’obbligo scolastico. Il progetto Robien fu percepito come un’offesa al principio dell’uguaglianza dell’istruzione e della democratizzazione degli studi. L’accezione con la quale si intendeva lo zoccolo comune pressapoco in tutto lo spettro politico era imbevuta di teorie egualitarie ed era dunque antinomica con il concetto di apprendistato junior.

 

La soluzione dell’apprendistato precoce non attecchì. Per finire fu abrogata nel 2008 e fu sostituita con una nuova procedura d’iniziazione ai mestieri, detta DIMA [6]. Il Senato francese integra questo modello nella legge sulla formazione professionale. Le cerchie sindacali nel settore scolastico ritengono che questo passo infierisca un colpo mortale all’obiettivo dello zoccolo comune.

 

Che senso ha chiedere oggigiorno a un giovane cosa vuol fare da grande?

 

I sistemi scolastici odierni sono con le spalle al muro: non possono ignorare l’assurdità della domanda posta di solito alla fine dell’obbligo scolastico sulla professione che si vorrebbe fare da grandi e non possono neppure più essere concepiti come lo erano un tempo per preparare a un mestiere immutabile per tutto i’arco della vita professionale.

Qualsiasi tentativo di approntare un’adeguazione meccanica tra la formazione e la professione è considerata ormai illusoria ovunque, come lo conferma lo studio recente dell’OCSE sul tema dei giovani e l’occupazione ("Des emplois pour les jeunes ") [7], al quale l’Italia non ha partecipato. Nel documento di sintesi, l’OCSE attira l’attenzione sulla necessità di concepire un’articolazione di nuovo tipo tra il polo della formazione e quello dell’istruzione. Le reazioni raccolte nei dodici paesi che hanno partecipato alla ricerca [8] concordano sul fatto che né l’istruzione né la formazione sono in grado di risolvere da sole i problemi di iper-qualificazione o sotto-qualificazione che si pongono in maniera crescente nelle società contemporanee. Tutte però sottolineano l’importanza di una prevenzione precoce della dispersione scolastica, della nausea della scolarizzazione con un accompagnamento attivo dell’inserimento professionale.

 

L’adozione di provvedimenti di questo tipo è particolarmente urgente in Italia dove le difficoltà d’inserimento nella vita attiva sono flagranti e ben documentate da anni. Come succede in Francia, in Belgio, in Spagna, dove esistono sistemi d’istruzione e formazione che puntano in maniera esclusiva sulla formazione professionale svolta nelle scuole, talora con esiti anche brillanti, come lo dimostrano alcuni prestigiosi istituti tecnici e professionali (ma l’eccezione non fa la regola), anche in Italia esistono due categorie di giovani a rischio [9]:

  • quella dei giovani allo sbando che non sono né occupati, né in formazione, né scolarizzati [10]
  • quella dei debuttanti con problemi d’inserimento, composta di giovani diplomati e laureati, che subiscono una forte instabilità professionale, caratterizzata da frequenti passaggi tra occupazioni precarie e periodi di disoccupazione.

Queste osservazioni rendono legittima una certa diversificazione dei percorsi di formazione nonché una ponderazione dell’offerta formativa a scapito degli indirizzi che privilegiano la cultura generale astratta. Una rivalorizzazione di tutto il settore dell’istruzione e formazione professionali nonché un potenziamento di tutta la gamma delle modalità di formazione in alternanza tra scuola e lavoro o di formazione duale è una priorità politica e non solo un’operazione di chirurgia plastica applicata al sistema scolastico.

Anche in Italia è urgente riconsiderare la questione del valore delle qualifiche rilasciate dal sistema d’istruzione e formazione, poiché il sistema italiano pecca di uno scollamento pronunciato tra merito scolastico e merito professionale, come è il caso in Francia , e rilascia diplomi prestigiosi e ricercati (certi lauree, per esempio) che sono però socialmente poco utili.

 

L’apprendistato: una soluzione efficace

 

La scuola non è il solo luogo dove si apprende: questa è la premessa per entrare in materia. Si impara anche e soprattutto fuori dalla scuola; anzi, quanto si impara a scuola non è sempre importante mentre invece conta spesso di più quanto si impara al di fuori del contesto scolastico. Non tutto quel che è utile nell’esistenza lo si apprende a scuola. Questo è un punto basilare purtroppo molto contestato nel mondo scolastico.

 

Il sistema scolastico dovrebbe essere meno ambizioso, più modesto, occuparsi di poche cose ma bene, Purtroppo è quasi tutto il contrario quel che succede. I responsabili scolastici accolgono con facilità (taluni direbbero con generosità e molta comprensione) tutte le richieste loro rivolte (dall’educazione alla cittadinanza, all’educazione stradale o a quella sessuale, tanto per fare alcuni esempi) e danno l’illusione di riuscire a risolvere tutti i problemi delle famiglie con figli a scuola.

Per altro, una proporzione significativa (in termini statistici e non) di giovani non sopporta il modulo scolastico e rifiuta di apprendere a scuola. Per quanti sforzi faccia, l’apparato scolastico non riesce ad adattarsi a questa situazione e a non perdere i dropout potenziali. Non ce la fa ad offrire condizioni d’apprendimento adeguate ai vari tipi di intelligenza, alla diversità di strategie d’apprendimento e spesso anche all’evoluzione tecnologica. il sistema scolastico statale così come è configurato non riuscirà mai a far fronte al ventaglio amplissimo di comportamenti, di aspettative, della popolazione obbligata a frequentare le scuole per anni e anni.

L’alternanza scuola-lavoro, ossia l’apprendistato regolato e controllato, è una via d’uscita sperimentata con successo su vastissima scala in molti sistemi scolastici . Purtroppo, questa metodologia formativa, imperniata su un raccordo costante e reale con i processi produttivi, è rigettata con argomenti speciosi nel mondo italiano.

Cosa è l’apprendimento basato sul lavoro [11]?

Logicamente il WBL può essere qualsiasi forma di esperienza, formale o informale, acquisita svolgendo un "lavoro", rimunerato o meno, non è quest’ aspetto quel che conta. Questa tipo di formazione può essere applicato sia a livello preuniversitario, che universitario o postuniversitario.Non c’è una definizione unica di WBL, di formazione in alternanza. In generale si ritiene che c’ è WBL quando si ha a che fare "con modalità di riconoscimento, creazione e applicazione di conoscenze mediante il lavoro, oppure svolgendo un lavoro o sul posto stesso di lavoro" . [[Medath, S., 2008]]

Nelle forme di apprendistato o di insegnamento duale, una parte del tempo scolastico è passato in un’azienda, per svolgere un lavoro e imparare un lavoro. Gli apprendisti non passano più la totalità del loro tempo a scuola. Per questa ragione, qualora si esigesse da loro l’acquisizione di un bagaglio minimo di conoscenze e competenze, occorrerà prevedere scadenze diverse per conseguire questo obiettivo.

 

A questo punto è inutile illudersi: tutti i modelli di alternanza scuola-lavoro sono di per sé forme valide di apprendimento, ma se l’obiettivo delle politiche scolastiche è quello di dotare tutti gli studenti di un bagaglio identico di competenze e conoscenze, è improbabile che a questo traguardo tutti giungano allo stesso momento (in genere si presume alla fine dell’obbligo scolastico) soprattutto quando si percorrono percorsi formativi (curricoli) tra loro molto dissimili. Questa non è però una ragione sufficiente per opporsi all’apprendistato. In fondo, se una collettività ritiene che tutti i membri di una generazione dovrebbero appropriarsi di uno stesso bagaglio di competenze e conoscenze, questo è quel che conta e non l’ora di arrivo. Basta arrivare al traguardo: ci saranno i campioni che arrivano prima degli altri e i gregari o i pochi dotati che arriveranno più tardi. L’importante è giungere al traguardo. Non è nemmeno detto che si debba percorrere la stessa strada. Questa è la grande novità. Non è nemmeno pensabile di squalificare chi riesce a farcela prendendo le scorciatoie. Non ci sono soluzioni semplici e la metafora sportiva non si addice per impostare una politica scolastica che permetta di dare a tutti uno stesso bagaglio minimo di conoscenze e competenze essenziali, e di facilitare la transizione dalla formazione alla vita attiva. L’obiettivo dello zoccolo comune non può però essere usato per impedire o ostacolare la ricerca di soluzioni originali alternative di formazione. 

 

[1] Centro di studi e ricerche sulle qualifiche, "Centre national d’études et de recherches sur les qualifications"

[2] La “Breve 223“ è allegata a quest’articolo

[3] Il “collège", che in Francia dura quattro anni dopo la scuola primaria e non tre come in Italia

[4] Lo zoccolo comune delle conoscenze e delle competenze fu inserito nella riforma scolastica realizzata nel 2005 dal ministro dell’ educazione d’allora, François Fillon, attuale primo ministro

[5] Detto “Haut Conseil de l’Education“, noto con l’acronimo HEC

[6] Acronimo per "Dispositif d’initiation aux métiers par alternance

[7] Questo programma non è stato pilotato, e ciò è di sé significativo, dalla Direzione dell’educazione ma dalla Direzione dell’occupazione, del lavoro e degli affari sociali

[8] Belgio, Corea, Spagna, Canada, Norvegia, Australia, Paesi Bassi, Slovacchia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Giappone, Francia

[9] Vedi il "Dossier d’actualité n° 47 - settembre 2009" (in francese) del servizio "Veille scientifique et technologique" dell’Istituto Nazionale francese di ricerca pedagogica (INRP) sul tema "La relation école-emploi bousculée par l’orientation"

[10] Questa categoria viene designata con l’acronimo "NEET" che sta per "not in employment, education or training" 

[11] Acronimo: WBL, ossia Work-based Learning. A questo tema, in particolare al WBL a livello universitario è dedicato un numero monografico della rivista European Journal of Education, vol. 44, Nb. 3, Settembre 1009, pubblicato da Wiley-Blackwell

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