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Sarabanda lessicale sulle difficoltà scolastiche

Probabilmente questa questione sembra meno scottante in Italia per molteplici ragioni che non è qui il luogo di specificare. Nondimeno in questi ultimi mesi anche in Italia si pone il problema dell’integrazione nella scuola di una popolazione scolastica diversa che non si sa come designare. L’Italia della scuola ha vissuto al margine del dibattito internazionale su questi problemi che affronta più da un punto di vista filosofico, quando li affronta, che non pragmatico, ma ora la presenza nelle scuole italiane di un una proporzione crescente di studenti immigrati ( la proporzione di questi studenti è del resto ancora esigua anche se è concentrata in alcune zone) e la pubblicazione dei risultati delle indagini internazionali sulle conoscenze e competenze dei quindicenni generano maggiore attenzione a livello politico e numerose iniziative alla base, ossia nelle scuole. Resta però il problema lessicale che è affrontato con acume nell’articolo qui presentato.

Sarabanda lessicale attorno ai problemi di inserzione e discriminazione scolastica

 

Nel  volume 114 Number 6, 2012, p. 1-31 della rivista Teachers College Record è stato pubblicato un articolo molto interessante sui giochini lessicali utilizzati tra il 1960 e il 1985 per designare gli alunni poveri che si imbattono in gravi difficoltà scolastiche, che non apprendono facilmente il sapere scolastico e quindi per giustificare la necessità di politiche scolastiche appropriate a loro favore Titolo dell’articolo, in inglese : 

From “Culturally Deprived” to “At Risk” : The Politics of Popular Expression and Educational Inequality in the United States, 1960-1985 

a cura di Sylvia L. M. Martinez & John L. Rury (Teachers College Record Volume 114 Number 6, 2012, p. 1-31,) http://www.tcrecord.org ID Number : 1669

Le organizzazioni internazionali come per esempio l’OCSE hanno concorso a diffondere questo lessico che ha attecchito in molti paesi nei quali ci si è dati da fare per lottare contro le discriminazioni sociali di fronte all’istruzione e dove si sono impostate politiche scolastiche per ridurre il gap scolastico tra bambini poveri e bambini ricchi. L’articolo che è ora stato liberato dal copyright da parte della rivista Teachers College Record è imperniato soprattutto sulla girandola lessicale in voga negli USA ma vale la pena citarlo perché gli stessi termini sono apparsi nel dibattito internazionale, negli incontri, nei seminari e nelle conferenze internazionali organizzati nello stesso periodo sul tema dell’uguaglianza e dell’equità scolastica ed infine perché oggigiorno la questione lessicale riappare nelle discusssioni sull’integrazione scolastica. Di quale popolazione si tratta ? Dove sta il problema ? Come evitare sin da principio, cioè dai primi momenti della scolarizzazione, le discriminazioni che marcano per tutta la vitra e soprattutto per tutti gli anni che si passano nella scuola di base ?

 

Si riproduce qui in traduzione libera una versione parziale della conclusione dell’articolo nella quale si discute il dilemma ricorrente di come descrivere le disuguaglianze di fronte all’istruzione oggigiorno quando continuano a corrispondere ai modelli di riproduzione delle disuguaglianze sociali e economiche in voga diversi decenni fa. 

Terminologia e problemi persistenti per gli “svantaggiati”

Anche se un concetto popolare come “deprivazione culturale” è passato rapidamente di moda nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, molti problemi di iniquità nei servizi scolastici [1] non sono cambiati nel corso degli anni susseguenti. Abbiamo già fatto notare che dopo un periodo di miglioramento dei punteggi nelle prove standardizzate, le disuguaglianze educative si sono di nuovo ampliate nel corso degli anni Ottanta. Fu durante questo periodo che il termine “a rischio” fu introdotto con un modo per descrivere i bambini delle minoranze povere riguardo alle loro prospettive di successo nella scolarizzazione. Ciò, indubbiamente, fu influenzato dalla pubblicazione del documento “A Nation at Risk” [2] pubblicato nel 1983 dalla “Commissione nazionale Usa sull’eccellenza nella scuola” [3] insediata dal presidente Ron Reagan. Come lo indica il titolo, il rischio preso di mira era quello del fallimento della Nazione sia dal punto di vista scolastico che economico. Non si è dovuto aspettare molto per vedere applicata quest’espressione a particolari gruppi di studenti [4]. Il concetto fu applicato “ai bambini poveri, alle minoranze in difficoltà nell’apprendimento oppure agli svantaggiati”. In quegli anni, la preoccupazione principale nel settore dell’istruzione consisteva nel timore che ciò facendo si sviasse l’attenzione dai problemi scolastici dei disabili e dei poveri per occuparsi soprattutto dell’eccellenza accademica.

La "popolazione a rischio" nella scuola

Il termine “popolazione a rischio” fu ampiamente usato negli anni successivi ed è popolare tuttora particolarmente nelle discussioni sulle politiche scolastiche riguardanti le riforme nelle zone urbane o metropolitane. Dal punto di vista delle controversie del passato, questo termine ha il vantaggio di non incolpare di deficienze o insufficienze persone singole o gruppi particolari. Piuttosto, il termine attira l’attenzione sul fatto che esiste una più grande probabilità di fallimento scolastico attribuibile alle circostanze che non dipendono dal controllo dei singoli o di gruppi e che esercitano influenze potenzialmente debilitanti. Ovviamente, dietro questa espressione si colloca una chiara inferenza dello svantaggio, forse a causa della discriminazione o dello sfruttamento o per la carenza di un elemento oppure di un altro che limita le possibilità di apprendimento e di produzione dello sviluppo umano. In altri termini, “popolazione a rischio” implica un netto riferimento allo svantaggio e forse anche alla “deprivazione culturale” anche se ciò non è detto in modo esplicito. Ciò è certamente vero soprattutto perché il termine è stato usato quasi esclusivamente per indicare gruppi e individui etichettati come “poveri” o come “minoranze” e che nel passato erano classificati come “sprovveduti” o "debili". In un certo senso, questa nuova espressione può essere vista semplicemente come un modo più elegante per denotare situazioni che erano state classificate in modo piuttosto brutale nel passato. Da questo punto di vista, è senza dubbio eloquente il fatto che questo nuovo lessico non sia stato oggetto di controversie come lo sono stati i termini in voga nel passato [5].

Un termine lessicale non stigmatizzante

Il problema, evidentemente, è la necessità di produrre un termine lessicale con il quale si possono etichettare le differenze importanti nei cambiamenti dei modi di vita dei bambini che vivono in contesti sociali diversi. I termini del passato caduti in disuso non prestavano attenzione a questo aspetto. Un riesame critico dei limiti di questa terminologia si trova già nel celebre documento di Moynihan [6] nonché nella diffusione del termine “deprivato culturalmente” messo in circolazione più tardi con il quale i ricercatori erano disincentivanti ad esaminare il problema della disuguaglianza dal punto di vista della razza, della povertà, della residenza [7]. Quando si è iniziato ad occuparsi di nuovo di questi aspetti fu necessario sviluppare un nuovo lessico, una nuova terminologia. La sfida era quello di trovare un modo per rappresentare l’idea di svantaggio sistematica implicare stereotipi, specialmente rispetto alla razza, all’attribuzione di categorie stigmatizzanti e di discriminazioni permanenti. Questo problema non è stato ancora completamente risolto.

Capitale sociale e capitale culturale

È significativo il fatto che alla luce di queste considerazioni i concetti di capitale sociale e di capitale culturale siano diventati molto popolari nel mondo universitario nel corso di questi ultimi due decenni. Questi due sintagmi si sono imposti dopo le controverse degli anni 60 e degli inizi degli anni 70. Essi avevano il pregio rispetto ai concetti anteriori di non designare lo svantaggio in termini assoluti. Per la maggior parte di essi, tuttavia, il loro uso non è andato al di là del mondo universitario ; non sono stati infatti popolarizzati dai media. Ci sono anche differenze di definizione e di utilizzo che hanno facilitato la loro diffusione e il loro uso al posto di “deprivazione”, che era il lessico in voga agli inizi degli anni Sessanta. Nondimeno, ci sono alcune dimensioni parallele fondamentali tra il significato di questi due sintagmi diventati recentemente molto alla moda e il vecchio termine di "deprivazione". Tutto ciò dimostra la persistenza del problema di trovare un linguaggio adeguato per descrivere e capire le differenze nelle prestazioni scolastiche di determinate categorie di studenti a vantaggio di altri. [8]

Una differenza cruciale tra concetti come “capitale culturale” e “capitale sociale” e il lessico utilizzato anteriormente come per esempio “deprivazione” o “svantaggio culturale ” risiede nel fatto che i primi due sintagmi non comportano nessuna assunzione implicita od esplicita su una preferenza gerarchica di valori o comportamenti a scuola e altrove. Piuttosto, i ricercatori sociali che hanno forgiato e utilizzato questi sintagmi tipicamente li accostano all’epiteto “dominante”. Il capitale sociale culturale, in questo caso, è invece una situazione specifica e può concepibilmente variare di da un contesto all’altro. È così possibile, anzi probabile, che un insieme di valori sia associato a uno statuto più grande (e in questo modo a una forma di “capitale”) in un quartiere prevalentemente povero nel quale però si applicano insieme di valori largamente simili a quelli della classe media della classe elevata. In altri termini, la spiegazione accademica delle differenze sociali e educative è reticente ad ammettere in teoria il predominio o l’ inferiorità dell’impatto della cultura e della comunità sul successo scolastico. [9].

 

 

 

[1] ndr. : Sia negli Usa che in altri numerosi Stati

[2] "Una nazione in pericolo"

[3] "National Commission on Excellence in Education"

[4] ndr. : Non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa

[5] ndr ; : Ciò non è del tutto vero. Per esempio all’interno dell’OCSE ci si è rifiutati di utilizzare questa categoria che alla fine includeva tra la "popolazione a rischio" anche le donne. In Europa, il termine è stato usato con molta maggiore prudenza e reticenza che non negli USA

[6] The Negro Family : The Case For National Action , 1965

[7] Per esempio Martin Luther King ha scritto un testo intitolato " Sono stato un deprivato culturale"

[8] ndr. : Rimane dunque il problema reale , concreto, della mancanza di equità dell’istruzione di base, dell’ingiustizia scolastica, nonostante la buona volontà di una parte del corpo insegnante

[9] ndr ; : Ossia, le variabili che determinano la riuscita della scolarizzazione non sarebbe prevalentemente imputabile alle differenze culturali