Recensione di un volume uscito nel lontano 1995 a cura di John Owen, economista che si interroga sulle ragioni delle deboli prestazioni degli adolescenti USA nelle indagini comparate internazionali sulla cultura scolastica.

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Motivazione degli studenti per l’apprendimento scolastico

Gli adolescenti americani continuano a non ottenere in media brillanti risultati nelle indagini internazionali comparate. Occorre pur dire che in certi stati dell’Unione invece la stessa coorte di età consegue prestazioni brillanti. Qui pero` si parla di media per un paese il cui sistema scolastico è federale e comprende una cinquantina di sistemi diversi, per certi aspetti molto differenti tra loro, per altri invece no. Le deboli medie USA preoccupano il governo federale USA che ogni tanto licenzia programmi di grande rilevanza con cospicui finanziamenti per alzare la media USA nelle valutazioni internazionali comparate. Purtroppo, nonostante questi finanziamenti i miglioramenti scolastici non si vedono. L’ economista Owen ha analizzato questa dimensione che ha radici culturali. Forse sarebbe bene che la dimensione culturale sia presa in considerazione anche nell’analisi dei risultati europei e che non ci si limiti più semplicemente a commentare i punteggi lordi senza ponderarli o correggerli.

Perché non studiano?

 

Il libro:

Title: Why Our Kids Don’t Study: An Economist’s Perspective
Author(s): John D. Owen
Publisher: Johns Hopkins University Press, Baltimore
ISBN: 080184925X, Pages: 136, Year: 1995

Il volume è interessante per la questione che pone e la recensione a cura di Laurence Steinberg  [1] merita di essere citata perché solleva un aspetto cruciale, molto trascurato almeno finora nelle analisi e nella interpretazione dei risultati delle indagini internazionali comparate, ovverosia l’incidenza dei fattori culturali sui punteggi conseguiti nei test. I questionari di contesto rilevano solo in parte questa dimensione che è più sociale che non scolastica e che i diretti interessati ai quali sono somministrati i questionari non possono trattare nemmeno in modo oggettivo. Il loro punto di vista è molto soggettivo. Ci vorrebbero altri studi complementari per spiegare i risultati ma questi costano e non si fanno.

Il problema non è solo statunitense. In ogni modo le spiegazioni grossolane dei punteggi nei test internazionali non tengono conto delle disparità culturali, come per esempio il divario tra la popolazione che vive nelle zone rurali oppure in città, dove tra l’altro si deve distinguere quella che vive nei quartieri periferici, nelle borgate e quella dei centri storici. Altri fattori entrano dunque in gioco per spiegare i risultati e questi fattori non sono solo individuali. Quando ero in Svizzera per esempio gli studenti della città di Ginevra avevano in media punteggi bassi nelle prove PISA mentre quelli vallesani, non proprio residenti in una metropoli, erano molto migliori. Stesso problema in Italia. Le analisi che si fanno finora dei risultati non prestano attenzione a queste variabili e si continuano a torturare i dati raccolti come se la verità dovesse provenire solo da queste informazioni.

Gli adolescenti USA

Dagli strumenti internazionali si desume che questi adolescenti si impegnano poco a scuola, che lavorano poco per la scuola ( per esempio le esercitazioni complementari o i compiti a casa), che invece dedicano molto più tempo alle attività sociali extra-scolastiche, allo sport. La diagnosi è chiara ed è condivisa negli USA come potrebbe esserlo anche in svariati paesi europei. Le divergenze invece appaiono rispetto alle soluzioni per correggere il problema. Cosa fare? I fautori di teorie progressiste e liberali nel settore dell’educazione e dell’istruzione scolastica propongono ricette di un tipo che mirano a rendere appetitosa la pietanza scolastica; i fautori della tradizione, le frange conservatrici invece, propongono standard rigorosi, maggiore disciplina, controlli severi.

 

Owen, l’autore del libro recensito da Steinberg si schiera piuttosto da questa parte come lo fa la maggioranza degli economisti, ma con molto equilibrio e con parecchi dubbi. Ci vogliono scuole più esigenti, che richiedano agli studenti di fare sforzi, di lavorare duramente. Questa è la soluzione. Ci sono pero` sfumature tra queste posizioni, quelle dei radicali come pure quelle dei furbi che navigano tra posizioni ambigue.

In ogni modo per Steinberg la questione di fondo che si pone è la seguente: perché molte scuole non riescono a motivare gli studenti, a richiedere da loro un impegno elevato?

Incentivi economici

Secondo Owen la risposta si trova negli incentivi economici che influenzano i comportamenti degli adolescenti. Gli studenti non studiano molto semplicemente perché non ne vale la pena.E’ molto improbabile che gli adolescenti odierni si diano da fare con tutte le facilitazioni offerte dai sistemi scolastici attuali. Non ne vale la pena. Perché sacrificarsi, rinunciare ai piaceri, quando si puo’ giungere al paradiso senza fare sforzi? Dopotutto nel mondo del lavoro i salari crescono con gli anni, gli scatti salariali sono automatici, la manodopera può richiedere compiti leggeri, meno pesanti senza peggiorare la propria situazione, i premi per l’impegno sono rari, gli elogi a chi li meriterebbe scarseggiano, i nuovi arrivati si guardano bene di informarsi presso gli anziani sulle loro traversie. Quindi , se l’esempio viene dall’alto, gli adolescenti non hanno ragioni per sfacchinare. Una volta immessi sul buon binario basta andare avanti.

Owen ritiene che i comportamenti degli studenti possono essere anticipati e capiti con la teoria dell’utilità, che è molto nota nel settore economico.

La teoria dell’utilità

Come i lavoratori adulti riequilibrano ore lavorative e tempo libero in modo tale da massimizzare i guadagni ( l’utilità) e da ridurre le pene, anche gli adolescenti prendono decisioni razionali su costi e benefici relativi riguardanti l’investimento del loro tempo e del loro impegno nello studio oppure in altre attività. L’investimento nello studio non sembra redditizio a molti. Tanto si passa ugualmente e si riesce sempre, con un poco di furbizia e di abilità, a scovare uno sbocco scolastico confacente con i propri interessi e i propri doni. Owen sostiene che una modifica del rapporto costi-benefici muterebbe i comportamenti dei giovani. Credo che il nostro economista si sbagli.

 

La relazione scuola-mercato del lavoro

Owen ritiene che il rapporto costi-benefici della scolarizzazione può essere manipolato con una trasformazione strutturale che renda più convincenti i benefici e soprattutto con una trasformazione della relazione scuola-mercato del lavoro. Come succede spesso con questi autori, le soluzioni sembrano facili. Per esempio, per Owen i costi connessi al disinteresse per la scolarizzazione e a uno studio impegnato e faticoso possono essere ridotti con riforme strutturali come l’adozione di standard nazionali e di esami rigorosi, con una selezione severa delle ammissioni all’università, con pagelle complete trasmesse ai datori di lavoro, con la competizione tra scuole, con i buoni scuola e la libertà di scelta della scuola, ecc. Il ventaglio di proposte è quello tipico dei fautori delle riforme scolastiche esogene, calate dall’alto. Il ritornello è sempre il solito e non è affatto nuovo. Owen non si chiede nemmeno se una scuola divertente permetta agli studenti di apprendere di più né come riuscire una riforma che trasformi radicalmente i curricoli e che li imposti in funzione del gioco. Apprendere giocando probabilmente è una ipotesi scandalosa per Owen. In fondo ci si dovrebbe interrogare sugli obiettivi che la società vorrebbe raggiungere con il servizio d’istruzione pubblico e soprattutto con quello statale. Questi obiettivi sono consoni a quanto si sa oggigiorno a proposito delle modalità di apprendimento e soprattutto sono coerenti con l’evoluzione culturale, tecnologica, sociale ? La società ha il diritto di scegliere i propri obiettivi di sviluppo e soprattutto quelli del servizio statale d’istruzione. Inutile ingannarsi a questo riguardo, ma ci si deve pure interrogare sulla natura di questi obiettivi. Cosa si intende conseguire con il servizio scolastico statale? Puo’ anche succedere che questi obiettivi non siano affatto motivanti ma allora il servizio scolastico deve essere impostato in modo adeguato. E`inutile in questo chiedere ai giovani di accettare questi obiettivi, di farli propri. Vanno imposti anche se non sono graditi. Si intavola allora una prova di forza.

 

Fattori impliciti del successo o dell’insuccesso della scolarizzazione

 

L’analisi di Owen riguarda la scuola statunitense ma il punto di partenza — ossia la motivazione degli studenti — è una faccenda universale. Negli Stati Uniti gli adolescenti, una maggioranza di loro per lo meno, non studia, non lavora per la scuola, non si interessa di quel che si insegna a scuola. Questo succede anche altrove e ovunque, anche nei sistemi scolastici che apparentemente sembrano funzionare. Studenti minimalisti ce ne sono sempre stati. Sono ora la maggioranza? In certi sistemi scolastici pare di si`, non in tutti stando almeno ai dati forniti dalle indagini PISA. In certe società gli adolescenti non sono né passivi né rinunciatari di fronte agli impegni scolastici. Cosa si può fare per motivare i giovani poco interessati dall’istruzione scolastica, dagli studi, ad essere motivati per l’apprendimento scolastico? Certamente gli adolescenti sono cambiati , la cultura planetaria che viaggia da un continente all’altro li condiziona e ne uniformizza le scelte, i comportamenti.Questo elemento ci induce a dubitare della bontà della teoria dell’utilità per spiegare le motivazioni degli studenti e ad essere molto più attenti al fattore culturale, al capitale sociale, per spiegare l’interesse o il disinteresse per l’istruzione scolastica. I comportamenti degli adolescenti a scuola dipendono da molteplici fattori. Gli ultimi non sono per esempio le relazioni che si intessano tra studenti e insegnanti, la capacità di ascolto degli insegnanti, la loro tolleranza, le loro reazioni di fronte ai comportamenti giovanili. Dalle banche dati delle indagini internazionali si possono entrare alcune indicazioni molto istruttive a questo riguardo ma molto resta da fare in questa direzione.

 

[1] La recensione si trova nella rivista USA Teachers College Record e si può consultare l’originale inglese cliccando qui