La collecte d’informations sur l’origine ethnique, la nationalité, la religion, la couleur de la peau peut ouvrir la porte à des dérives de toute sorte. Le débat sur ces questions est ouvert en France. Il concerne aussi les données sur l’éducation et l’école. L’encadrement scientifique de ces démarches n’est pas une garantie suffisante pour protéger les individus et les citoyens contre les usages des informations utilisées pour gouverner les populations.

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Un enjeu critique pour la recherche et l’évaluation

De quelles informations a-t-on besoin pour piloter un systèmes d’enseignement, pour analyser les résultats scolaires, pour mesurer le développement du capital humain dans une société ou simplement pour connaître l’origine sociale des élèves, leur situation familiale afin de la croiser avec leurs résultats scolaires ? Y a-t-il des limites à la collecte des données scolaires ? Est-ce que celles-ci doivent être rendues opaques dans le sens que leur organisation et leur strcture ne permet aucun croisement avec d’autres données collectées par l’Etat, comme par exemple les données sur les ménages ou les données de la police ? Ou elles doivent être transparentes pour ne pas entraver la recherche. Les études dans le domaine des sciences sociales sont beaucoup moins contrôlées que les études en matière de santé.

Presentazione a cura di Norberto

L’articolo qui riprodotto è stato pubblicato dal quotidiano francese "Le Monde" come contributo di uno specialista al dibattito in corso in Francia sull’estensione delle statistiche sociali. Il problema si pone anche in Italia dove sono in vigore leggi assai restrittive sull’uso dei dati statistici e sull’accesso alle statistiche scolastiche. Talora queste limitazioni frenano la ricerca ed impediscono le analisi di molti fenomeni perché sono troppe limitative ; in altri casi invece la legge rappresenta una baluardo protettivo contro i tentativi di convalidare con argomenti scientifiche ipotesi dubbie ed operazioni di potere per nulla democratiche.

In Francia le statistiche che chiedono l’origine etnica degli allievi e degli studenti non sono autorizzate. [1] Negli Stati Uniti invece tutte le statistische operano la distinzione tra gruppi etnici (Ispanici, Asiatici, Afroamericani, Indiani, ecc.).

Anche in Inghilterra le statistiche permettono di distinguere vari gruppi etnici, come lo dimostra la seguente tabella :

Composizione etnica del Regno Unito, censimento 2001
Gruppi etniciPopolazione% del totale
Bianchi inglesi 50,366,497 85.7%
Altri bianchi 3,096,169 5.3%
Indiani 1,053,411 1.8%
Pakistanesi 747,285 1.3%
Bianchi irlandesi 691,232 1.2%
Razza mista 677,117 1.2%
Neri dei Caraibi 565,876 1.0%
Neri Africani 485,277 0.8%
Bengalesi 283,063 0.5%
Asiatici (tranne i i Cinesi) 247,644 0.4%
Cinesi 247,403 0.4%
Altri 230,615 0.4%
Altri neri 97,585 0.2%

Questa dati di per sé non servono però a gran che dal punto di vista scolastico. Per "farli parlare", ossia per sfruttarli nelle analisi e nelle regressioni multiple, occorre incrociarli con altri dati , come quelli sulla povertà (che nel Regno Unito sono forniti dalle statistiche riguardanti gli allievi che hanno diritto alla mensa gratuita perché la famiglia ha un’imposizione fiscale al di sotto di una soglia determinata) o sul luogo di nascita, sul quartiere in cui si risiede, sulla data d’arrivo nel Regno Unito, ecc.

In Svizzera, dove le statistiche scolastiche, ma non solo quelle, insistono in modo ossessivo sulla nazionalità e l’origine degli studenti, si raccolgono dati dettagliati sulle origini degli allievi che però non servono molto se non si incrociano con altri dati più precisi come la durata del soggiorno in Svizzera, il luogo dove si è nati, la lingua parlata fuori dalla scuola, la lingua parlata in prevalenza a casa, il luogo di nascita dei genitori, il loro livello d’istruzione.

In Europa, gruppi di pressione che si muovono nell’area politica del centro-destra richiedono di tanto in tanto dati sulla confessione (o religione) degli allievi. Questa richiesta proviene dai gruppi che temono "l’islamizzazione" dell’Europa e che denunciano la "de-cristianizzazione" del continente. Va da sé che informazioni di questo genere possono prestarsi per usi molto pericolosi di natura xenofoba. Per altro la semplice informazione sulla confessione religiosa di per sé non dice nulla, non dice se il soggetto è praticante o meno, né come pratica la sua religione, ecc. Queste categorie sono quindi da usare con molta cautela. Potrebbero essere di per sé interessanti : per esempio, dai dati prodotti dall’indagine PISA sulle competenze in lettura (PISA2000), emerge una differenza nella media dei punteggi nel test di comprensione dei testi scritti tra popolazioni di zone cattoliche e protestanti. Il fenomeno è ben visibile in Svizzera ed in Germania e non è stato studiato. Si potrebbe quindi supporre un legame tra religione e punteggi conseguiti in lettura. L’ipotesi potrebbe essere approfondita e verificata ma in questo caso occorrono dati molto precisi sulla religiosità, l’affiliazione ad una Chiesa, le pratiche di lettura religiosa, ecc. che si possono ottenere solo con indagini apposite che devono però essere autorizzate, sorvegliate, sottoposte ad un controllo rigoroso dei dati per evitare qualsiasi deriva. Le derive non solo sono possibili ma sono certe !

Negli Stati Uniti si può conoscere la composizione etnica di ogni scuola, grazie al sistema "on-line" CCD (Common Core of Data). Per esempio, scegliendo a caso la Almond Elementary School del distretto scolastico di Los Altos in California nella contea di Santa Clara a Sud di San Francisco si scopre che la composizione etnica di questa scuola elementare statale frequentata da 571 studenti è la seguente :

Composizione etnica della scuola elementare Almond, Los Altos, California
AmerindianiAsiaticiNeriIspaniciBianchi
Studenti 0 176 5 26 361

Gli studenti poveri di questa scuola sono 8 (quelli che hanno diritto alla mensa gratuita) ed uno paga una quota ridotta per la mensa. Nella Almond Elementary School non ci sono studenti immigrati. Dati come questi esistenti per tutte le scuole americane sono pubblici ed accessibili a tutti.

In Francia, per la statistica scolastica tutti gli allievi sono uguali, sono tutti cittadini che fruiscono degli stessi diritti. La statistica scolastica francese è logicamente il riflesso di una politica che aspira a trattare tutti i cittadini in modo uguale, senza distinzioni di razza o di colore. Questa impostazione rende molto difficili le ricerche sull’uguaglianza scolastica, la segregazione scolastica, la selezione operata nelle scuole, ecc.

Felouzis nell’indagine svolta a Bordeaux sull’ apartheit scolastico è ricorso ad una soluzione elegante, non priva però di un margine di errore, per identificare gli studenti stranieri e la loro origine, ha cioè classificato gli studenti in base al loro nome, attribuendo i vari nomi ai gruppi etnici che li utilizzano. Per esempio certi nomi sono tipicamente turchi oppure kurdi, oppure marocchini e via dicendo. Conoscendo il nome degli studenti, Felouzis è risalito alla composizione della popolazione delle scuole del circondario di Bordeaux.

Evidentemente queste operazioni presentano margini di errore difficili da stimare. I risultati non sono precisi ma non sono nemmeno del tutto errati, benché non si conosca il loro grado di approssimazione.

Per dimostrare quanto delicata possa essere la raccolta di dati sull’istruzione ed il loro uso concludo con due esempi.

Il primo riguarda una ricerca sulla relazione tra colore della pelle e quoziente intellettuale. L’ipotesi iniziale afferma che nelle zone fredde o temperate il QI è in media più alto. [2]

Il secondo riguarda il dibattito sulle scuole miste, sulla coeducazione per generi e sulle scuole omogenee per genere. In Italia è uscito recentemente un libro sulla questione che rinvia a molteplici ricerche senza però proporre nessuna critica delle ipotesi all’origine delle ricerche (come se il quadro teorico che le ha generate fosse sempre identico) e senza nessuna analisi dei metodi adottati in funzione delle ipotesi scelte. In questo caso, un’informazione relativamente anodina come quella relativa al genere degli allievi, è sfruttata in maniera precipuo, per dimostrare la validità di un’ipotesi iniziale. Potremmo considerare questo tipo di ricerche come ricerche assiomatiche. [3]

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Point de vue : La statistique ethnique tente une percée,

par Stéphane Jugnot LE MONDE, le 1er novembre 2007

Introduite, comme le test ADN, par l’intermédiaire d’un amendement, le droit à la collecte de statistiques dites ethniques est une initiative peut-être, elle aussi, lourde de conséquences pour l’avenir : elle donne des outils à ceux qui souhaitent développer des analyses racialisées de la société. L’existence d’un référentiel ethno-racial de la France devient une perspective possible, voire probable à brève échéance.

En mai, l’Institut national démographique a ainsi proposé, devant le Conseil national de l’information statistique, l’introduction de la couleur de la peau dans l’enquête "Trajectoire et origines". Prévue pour 2008, cette importante enquête sera réalisée auprès d’environ 20 000 personnes représentatives de la population française. Son principal objectif est d’étudier les trajectoires des immigrés et des enfants d’immigrés, leur degré d’insertion et les discriminations qu’ils subissent. Elle répond, entre autres, aux attentes de la Halde, la Haute autorité de lutte contre les discriminations et pour l’égalité.

Les questions objectives sur la nationalité et le pays de naissance des personnes et de leurs parents, combinées aux langues parlées, permettent déjà de mettre en évidence les discriminations, comme les processus d’intégration différenciés des immigrés selon leurs origines. Selon les initiateurs du projet, introduire la couleur de la peau permettrait de ne pas préjuger du caractère utile ou inutile de cette information par rapport à la mesure plus classique des discriminations.

En l’absence de procédures strictes de contrôle d’accès aux statistiques ethniques et de validation de leurs utilisations, la boîte de Pandore sera ouverte et il n’est pas sûr qu’elle puisse ensuite se refermer. Il a suffi d’un lobbying très actif d’une association autoproclamée "représentative" des "Noirs" de France, relayée par quelques chercheurs désireux de développer les statistiques ethno-raciales, pour mettre ce sujet au coeur de l’actualité. Les uns et les autres ne cachent par leurs intentions : si on leur en donne les moyens, ils construiront leur référentiel ethno-racial, pour isoler les "Blancs" et compter les "Noirs", en laissant les autres à leur complexité. Ne jetons pas la pierre aux chercheurs : on leur demande des résultats, des publications dans des revues internationales, donc anglo-saxonnes. Pour cela, il faut la couleur de la peau parce qu’elles voient le monde en "noir" et "blanc". A force d’usages, leurs catégorisations s’imposeront doucement aux autres chercheurs, puis à la statistique publique, par simplicité et par habitude. Viendra ensuite le temps des quotas.

Les dérives ne sont pas possibles, elles sont presque certaines dans une société où la liberté, l’égalité et la fraternité deviennent des valeurs du passé. Souvenons-nous que, créé en 1998 pour les coupables de crimes sexuels, le fichier national des empreintes génétiques concerne aujourd’hui toutes sortes de délits et de crimes, comme simples témoins un temps soupçonnés.

Le législateur veut nous rassurer en parlant de chercheurs et d’études bien encadrées. L’histoire montre qu’il ne faut pas faire confiance aveuglément à la science. Ethique et scientifiques riment mais ne vont pas de pair : Alexis Carrel, défenseur d’un eugénisme volontariste par un recours actif à l’euthanasie, fut Prix Nobel de médecine. Toute information disponible pour les chercheurs est et sera utilisée. Pour voir, par exemple, si, "toutes choses égales par ailleurs", les "Blancs" sont plus productifs ou si les "Noirs" sont moins disposés aux matières scientifiques. On regardera qui sont les auteurs des violences, sans toujours s’interroger sur les autres facteurs sociaux sous-jacents, mais aussi qui profite des allocations familiales au-delà du quatrième enfant ou de quelle "origine" sont ces enfants qui boostent la croissance démographique française. Ne voir là que des fantasmes serait naïf alors qu’en France, des chercheurs de l’Inserm ont déjà voulu dénicher des prédispositions à la délinquance chez les enfants de moins de 3 ans, et que des psychologues s’interrogent sur les prédispositions génétiques aux opinions politiques.

Aucune problématique n’est saugrenue pour un chercheur. Nul sujet n’est tabou. Contrairement aux études en matière de santé, aucun comité d’éthique n’encadre les travaux de sciences sociales. La loi en discussion ne parle que de comité scientifique, des pairs, aidés par leurs pairs.

Demander à quelqu’un sa couleur de peau revient à lui imposer contre son gré une réalité et une façon de se définir qui peuvent lui être totalement étrangères. Mais à force de répétition, les classifications deviennent comme naturelles. Au Rwanda, la distinction entre Hutu et Tutsi ne reposait, avant l’arrivée des colonisateurs belges, sur aucune différence ethnique, religieuse ou linguistique. Elle n’avait qu’une connotation sociale. C’est le colonisateur qui a figé cette distinction dans un référentiel qu’il a déclaré "ethnique", où les Tutsi se retrouvaient, par construction, minoritaires et au pouvoir. On connaît la suite...

Pour revenir à la France, encore un temps protégée des statistiques ethniques, l’exemple des zones urbaines sensibles ou des zones d’éducation prioritaires illustre cette double dérive, statistique et politique. Les statistiques s’efforcent de se décliner toujours plus nombreuses en "ZUS-non ZUS", "ZEP-non ZEP". Ce faisant, elles laissent de côté des quartiers et des établissements qui connaissent des situations parfois plus difficiles que d’autres labélisés. A contrario, créées pour cibler les politiques publiques, leurs étiquettes stigmatisent désormais ces quartiers et ces établissements, aux dépens de leurs habitants et de leurs élèves. Autoriser la collecte de la couleur de peau nécessite donc un vrai débat.

[1] L’articolo 8 della "Legge sull’Informatica e le libertà" del 1978 proibisce « de collecter ou de traiter des données à caractère personnel qui font apparaître, directement ou indirectement, les origines raciales ou ethniques » .

[2] Abstract from the study of TEMPLER Donald I. (1) ; ARIKAWA Hiroko (2) ; JENSEN Arthur R. (Commentateur (texte écrit)) (3) ; HUNT Earl (Commentateur (texte écrit)) (4) ; STERNBERG Robert J. Temperature, skin color, per capita income, and IQ : An international perspective. Commentary, 2006, vol. 34, no2, pp. 121-139 [19 page(s) (article)] (38 ref.) : "The impetus for our study was the contention of both Lynn and Rushton that persons in colder climates tend to have higher IQs than persons in warmer climates. We correlated mean IQ of 129 countries with per capita income, skin color, and winter and summer temperatures, conceptualizing skin color as a multigenerational reflection of climate.

[3] Maschi e femmine. La differenza di genere in educazione. A cura di Giuseppe Zanniello. SEI, Torino, 2007, pp. 170