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Lo si poteva prevedere : il sistema scolastico si sta difendendo contro le TIC. L’apparato scolastico si è messo in moto e nelle scuole si compera di tutto in materia di TIC : dalle LIM, agli ipad, ai trattamenti di testo, ai corsi di lingue, ecc. ecc. Si fanno follie. Le ditte garantiscono risultati spettacolari. Il contrattacco scolastico è dunque partito. La conseguenza automatica di questa strategia dell’indigestione : le TIC non migliorano i risultati scolastici. Non possono migliorarli se il sistema, la scuola non cambia dalla testa ai piedi.

Promesse fasulle

La notizia è stata pubblicata nel quotidiano "New York Times", l’8 ottobre scorso in un articolo intitolato : Grading the Digital School :Inflating the Software Report Card, a cura di   e . Uno dei software scolastici più prestigiosi negli USA per l’apprendimento della matematica ("Cognitive Tutor math software"), software ampiamente pubblicizzato dal Centro per l’apprendimento [1] dell’università americana Carnegie Mellon ( di reputazione mondiale nel campo dell’informatica), è stato valutato lo scorso anno da un gruppo di esperti del governo federale USA . Il giudizio non lascia scampo : il programma non ha nessuna incidenza statisticamente significativa sui risultati degli studenti nei test di matematica, il che non impedisce però molte scuole di acquistare il programma.

Il giudizio è comprensibilissimo perché non si possono utilizzare le TIC come i quaderni o le lavagne, per scimmiottare la scuola tradizionale. Le TIC per essere utili, efficaci, esigono un ribaltamento della scuola e del sistema scolastico. Piuttosto che spendere soldi per tecnologie da inserire nella scuola odierna, così come è strutturata, nel bene e nel male, è preferibile puntare sugli insegnanti, formarli meglio, aiutarli con sostegni adeguati, e rinunciare a ricorrere a protesi e a restauri estetici che fanno perdere soldi e non fanno guadagnare nulla dal punto di vista degli apprendimenti.

Il mercato del software didattico

Il boom degli acquisti di software negli USA è stimato a 2,2 miliardi dollari all’anno (dati del 2010). Non conosciamo nessuna stima degli investimenti delle scuole italiane in questo settore. La polemica sulla qualità e gli effetti di queste applicazioni didattiche imperversa : non si sa se sono efficaci o meno. Impossibile trarre un’indicazione qualsiasi dal materiale pubblicitario delle ditte.

Le ditte ignorano tranquillamente le perizie indipendenti che testano i loro prodotti. Un esempio eloquente negli USA è offerto dal comportamento del sito per l’apprendimento della Carnegie citato poc’anzi, che non menziona affatto le conclusioni nelle sue locandine della perizia del governo federale USA. Oltre a quella citata ce n’è una assai negativa della What worksClearinghouse(WWC)che è un ente federale. Il documento del WWC si può scaricare anche qui.

Somme faraoniche in gioco

Le somme in gioco sono colossali. Per prima cosa si deve comperare una licenza per ogni studente, poi un manuale che cambia ogni anno e tutto ciò per cinque o sei anni di fila. A questo punto costa meno il manuale scolastico tradizionale.

Valutazioni manipolate

Le valutazioni delle ditte sono manipolate, non rendono conto dei pareri avversi, ignorano i dettagli. Le scuole nondimeno comperano, per motivi vari. Gli insegnanti, i presidi sono mitragliati da abili rappresentanti che raccontano storie meravigliose corredate da grafici convincenti. Le scuole cedono di fronte alle promesse miracolose e scoprono troppo tardi di essere state inguaiate. Si tratta di vera e propria ipocrisia, ha affermato Russ Whitehurst, direttore del settore politica dell’istruzione al Brookings Institution, ed ex-direttore nell’amministrazione Georges Bush dell’Istituto federale americano di ricerca scientifica sulla scuola (IES).

 

"Le decisioni (ndr.:per l’acquisto) sono prese in funzione di considerazioni mercantili, politiche oppure per preferenze personali" secondo Robert Slavin, noto ricercatore nel settore dell’educazione negli Stati Uniti, che dirige il Centro per la Ricerca e la Riforma Scolastica alla Johns Hopkins University.

 

 

[1] Da poco venduto per un bel pacchetto di milioni di dollari a una università privata americana